Vita nuova
di Dante Alighieri
Parte I (cap I-XXII)
Vai a parte II
I.In quella parte del libro de la mia memoria, dinanzi a la
quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale
dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo
scritte le parole le quali è mio intendimento d'asemplare in
questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.
II. [I] Nove fiate già appresso lo mio nascimento era
tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a
la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la
gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti
Beatrice, li quali non sapeano che si chiamare. Ella era in
questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo
stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti
l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono
apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono.
Apparve vestita di nobilissimo colore, umile ed onesto,
sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima
etade si convenia. In quello punto dico veracemente che lo
spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de
lo cuore, cominciò a tremare sigrave; fortemente che apparia ne li
menimi polsi orribilmente; e tremando, disse queste parole:
"Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur mihi". In quello
punto lo spirito animale, lo quale dimora ne l'alta camera ne la
quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni, si
cominciò a maravigliare molto, e parlando spezialmente a li
spiriti del viso, sì disse queste parole: "Apparuit iam
beatitudo vestra". In quello punto lo spirito naturale, lo quale
dimora in quella parte ove si ministra lo nutrimento nostro,
cominciò a piangere, e piangendo, disse queste parole: "Heu
miser, quia frequenter impeditus ero deinceps!". D'allora
innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia anima, la quale fu sì
tosto a lui disponsata, e cominciò a prendere sopra me tanta
sicurtade e tanta signoria per la vertù che li dava la mia
imaginazione, che me convenia fare tutti li suoi piaceri
compiutamente. Elli mi comandava molte volte che io cercasse per
vedere questa angiola giovanissima; onde io ne la mia puerizia
molte volte l'andai cercando, e vedeala di sì nobili e
laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire quella
parola del poeta Omero: Ella non parea figliuola d'uomo
mortale, ma di Deo. E avegna che la sua imagine, la quale
continuamente meco stava, fosse baldanza d'Amore a segnoreggiare
me, tuttavia era di sì nobilissima vertù, che nulla volta
sofferse che Amore mi reggesse sanza lo fedele consiglio de la
ragione in quelle cose là ove cotale consiglio fosse utile a
udire. E però che soprastare a le passioni e atti di tanta
gioventudine pare alcuno parlare fabuloso, mi partirò da esse; e
trapassando molte cose, le quali si potrebbero trarre de
l'esemplo onde nascono queste, verrò a quelle parole le quali
sono scritte ne la mia memoria sotto maggiori paragrafi.
III. [II] Poi che furono passati tanti die, che appunto
erano compiuti li nove anni appresso l'apparimento soprascritto
di questa gentilissima, ne l'ultimo di questi die avvenne che
questa mirabile donna apparve a me vestita di colore
bianchissimo, in mezzo a due gentili donne, le quali erano di
più lunga etade; e passando per una via, volse li occhi verso
quella parte ov'io era molto pauroso, e per la sua ineffabile
cortesia, la quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutoe
molto virtuosamente, tanto che me parve allora vedere tutti li
termini de la beatitudine. L'ora che lo suo dolcissimo salutare
mi giunse, era fermamente nona di quello giorno; e però che
quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire
a li miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come inebriato mi
partio da le genti, e ricorsi a lo solingo luogo d'una mia
camera, e puosimi a pensare di questa cortesissima. [III] E
pensando di lei mi sopragiunse uno soave sonno, ne lo quale
m'apparve una maravigliosa visione, che me parea vedere ne la mia
camera una nebula di colore di fuoco, dentro a la quale io
discernea una figura d'uno segnore di pauroso aspetto a chi la
guardasse; e pareami con tanta letizia, quanto a sè, che
mirabile cosa era; e ne le sue parole dicea molte cose, le quali
io non intendea se non poche; tra le quali intendea queste: "Ego
dominus tuus". Ne le sue braccia mi parea vedere una persona
dormire nuda, salvo che involta mi parea in uno drappo sanguigno
leggeramente; la quale io riguardando molto intentivamente,
conobbi ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno
dinanzi degnato di salutare. E ne l'una de le mani mi parea che
questi tenesse una cosa, la quale ardesse tutta; e pareami che mi
dicesse queste parole: "Vide cor tuum". E quando elli era stato
alquanto, pareami che disvegliasse questa che dormia; e tanto si
sforzava per suo ingegno, che la facea mangiare questa cosa che
in mano li ardea, la quale ella mangiava dubitosamente. Appresso
ciò, poco dimorava che la sua letizia si convertia in amarissimo
pianto; e cos&igarve; piangendo, si ricogliea questa donna ne le sue
braccia, e con essa mi parea che si ne gisse verso lo cielo; onde
io sostenea sì grande angoscia, che lo mio deboletto sonno non
poteo sostenere, anzi si ruppe e fui disvegliato. E mantenente
cominciai a pensare, e trovai che l'ora ne la quale m'era questa
visione apparita, era la quarta de la notte stata; sì che appare
manifestamente ch'ella fue la prima ora de le nove ultime ore de
la notte. Pensando io a ciò che m'era apparuto, propuosi di
farlo sentire a molti, li quali erano famosi trovatori in quello
tempo: e con ci` fosse cosa che io avesse già veduto per me
medesimo l'arte del dire parole per rima, propuosi di fare uno
sonetto, ne lo quale io salutasse tutti li fedeli d'Amore; e
pregandoli che giudicassero la mia visione, scrissi a loro ciò
che io avea nel mio sonno veduto. E cominciai allora questo
sonetto, lo quale comincia: A ciascun'alma presa.
A ciascun'alma presa, e gentil
core,
nel cui cospetto ven lo dir presente,
in ciò che mi rescrivan suo parvente
salute in lor segnor, cioè Amore.
Già eran quasi che atterzate l'ore
del tempo che onne stella n'è lucente,
quando m'apparve Amor subitamente
cui essenza membrar mi dà orrore.
Allegro mi sembrava Amor tenendo
meo core in mano, e ne le braccia avea
madonna involta in un drappo dormendo.
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea:
appresso gir lo ne vedea piangendo.
Questo sonetto si divide in due
parti; che la prima parte saluto e domando risponsione, ne la
seconda significo a che si dee rispondere. La seconda parte
comincia quivi: Già eran.
A questo sonetto fue risposto da
molti e di diverse sentenzie; tra li quali fue risponditore
quelli cui io chiamo primo de li miei amici, e disse allora uno
sonetto, lo quale comincia: Vedesti al mio parere onne valore.
E questo fue quasi lo principio de l'amistà tra lui e me, quando
elli seppe che io era quelli che li avea ciò mandato. Lo verace
giudicio del detto sogno non fue veduto allora per alcuno, ma ora
è manifestissimo a li più semplici.
IV. Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito
naturale ad essere impedito ne la sua operazione, però che
l'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde
io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole
condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti
pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di me quello che
io volea del tutto celare ad altrui. Ed io, accorgendomi del
malvagio domandare che mi faceano, per la volontade d'Amore, lo
quale mi comandava secondo lo consiglio de la ragione, rispondea
loro che Amore era quelli che così m'avea governato. Dicea
d'Amore, però che io portava nel viso tante de le sue insegne,
che questo non si potea ricovrire. E quando mi domandavano: "Per
cui t'ha così distrutto questo Amore?", ed io sorridendo li
guardava, e nulla dicea loro.
V. Uno giorno avvenne che questa gentilissima sedea in
parte ove s'udiano parole de la regina de la gloria, ed io era in
luogo dal quale vedea la mia beatitudine: e nel mezzo di lei e di
me per la retta linea sedea una gentile donna di molto piacevole
aspetto, la quale mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio
sguardare, che parea che sopra lei terminasse. Onde molti
s'accorsero de lo suo mirare; ed in tanto vi fue posto mente,
che, partendomi da questo luogo, mi sentio dicere appresso di me:
"Vedi come cotale donna distrugge la persona di costui"; e
nominandola, eo intesi che dicea di colei che mezzo era stata ne
la linea retta che movea da la gentilissima Beatrice e terminava
ne li occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi che lo
mio secreto non era comunicato lo giorno altrui per mia vista. E
mantenente pensai di fare di questa gentile donna schermo de la
veritade; e tanto ne mostrai in poco tempo, che lo mio secreto
fue creduto sapere da le più persone che di me ragionavano. Con
questa donna mi celai alquanti anni e mesi; e per più fare
credente altrui, feci per lei certe cosette per rima, le quali
non è mio intendimento di scrivere qui, se non in quanto facesse
a trattare di quella gentilissima Beatrice; e però le lascerò
tutte, salvo che alcuna cosa ne scriverò che pare che sia loda
di lei.
VI. Dico che in questo tempo che questa donna era schermo
di tanto amore, quanto da la mia parte, sì mi venne una
volontade di volere ricordare lo nome di quella gentilissima ed
acompagnarlo di molti nomi di donne, e spezialmente del nome di
questa gentile donna. E presi li nomi di sessanta le più belle
donne de la cittade ove la mia donna fue posta da l'altissimo
sire, e compuosi una pistola sotto forma di serventese, la quale
io non scriverò: e non n'avrei fatto menzione, se non per dire
quello che, componendola, maravigliosamente addivenne, cioè che
in alcuno altro numero non sofferse lo nome de la mia donna
stare, se non in su lo nove, tra li nomi di queste donne.
VII. La donna co la quale io avea tanto tempo celata la mia
volontade, convenne che si partisse de la sopradetta cittade e
andasse in paese molto lontano: per che io quasi sbigottito de la
bella difesa che m'era venuta meno, assai me ne disconfortai,
più che io medesimo non avrei creduto dinanzi. E pensando che se
de la sua partita io non parlasse alquanto dolorosamente, le
persone sarebbero accorte più tosto de lo mio nascondere,
propuosi di farne alcuna lamentanza in uno sonetto; lo quale io
scriverò, acciò che la mia donna fue immediata cagione di certe
parole che ne lo sonetto sono, sì come appare a chi lo intende.
E allora dissi questo sonetto, che comincia: O voi che per la
via.
O voi, che per la via d'Amor
passate,
attendete e guardate
s'elli è dolore alcun, quanto 'l mio, grave;
e prego sol ch'audir mi sofferiate,
e poi imaginate
s'io son d'ogni tormento ostale e chiave.
Amor, non giù per mia poca bontate,
ma per sua nobiltate,
mi pose in vita sì dolce e soave,
ch'io mi sentia dir dietro spesse fiate:
"Deo, per qual dignitate
così leggiadro questi lo core have?"
Or ho perduta tutta mia baldanza,
che si movea d'amoroso tesoro;
ond'io pover dimoro,
in guisa che di dir mi ven dottanza.
Sì che volendo far come coloro
che per vergogna celan lor mancanza,
di fuor mostro allegranza,
e dentro dallo core struggo e ploro.
Questo sonetto ha due parti
principali; che ne la prima intendo chiamare li fedeli d'Amore
per quelle parole di Geremia profeta che dicono: O vos omnes
qui transitis per viam, attendite et videte si est dolor sicut
dolor meus, e pregare che mi sofferino d'audire; nella
seconda narro lì ove Amore m'avea posto, con altro intendimento
che l'estreme parti del sonetto non mostrano, e dico che io hoe
ciò perduto. La seconda parte comincia quivi: Amor, non già.
VIII. Appresso lo partire di questa gentile donna fue
piacere del segnore de li angeli di chiamare a la sua gloria una
donna giovane e di gentile aspetto molto, la quale fue assai
graziosa in questa sopradetta cittade; lo cui corpo io vidi
giacere sanza l'anima in mezzo di molte donne, le quali piangeano
assai pietosamente. Allora ricordandomi che giù l'avea veduta
fare compagnia a quella gentilissima, non poteo sostenere
alquante lagrime; anzi piangendo mi propuosi di dicere alquante
parole de la sua morte, in guiderdone di ciò che alcuna fiata
l'avea veduta con la mia donna. E di ciò toccai alcuna cosa ne
l'ultima parte de le parole che io ne dissi, sì come appare
manifestamente a chi lo intende. E dissi allora questi due
sonetti, li quali comincia lo primo: Piangete, amanti, e
lo secondo: Morte villana.
Piangete, amanti, poi che piange
Amore,
udendo qual cagion lui fa plorare
Amor sente a Pietà donne chiamare,
mostrando amaro duol per li occhi fore,
perchè villana Morte in gentil core
ha miso il suo crudele adoperare,
guastando ciò che al mondo è da laudare
in gentil donna sovra de l'onore.
Audite quanto Amor le fece orranza,
ch'io 'l vidi lamentare in forma vera
sovra la morta imagine avenente;
e riguardava ver lo ciel sovente,
ove l'alma gentil giù locata era,
che donna fu di sì gaia sembianza.
Questo primo sonetto si divide in
tre parti: ne la prima chiamo e sollicito li fedeli d'Amore a
piangere e dico che lo segnore loro piange, e dico "udendo la
cagione per che piange," acciò che s'acconcino più ad
ascoltarmi; ne la seconda narro la cagione; ne la terza parlo
d'alcuno onore che Amore fece a questa donna. La seconda parte
comincia quivi: Amor sente; la terza quivi: Audite.
Morte villana, di pietà nemica,
di dolor madre antica,
giudicio incontastabile gravoso,
poi che hai data matera al cor doglioso,
ond'io vado pensoso,
di te blasmar la lingua s'affatica.
E s'io di grazia ti voi far mendica,
convenesi ch'eo dica
lo tuo fallar d'onni torto tortoso,
non però ch'a la gente sia nascoso,
ma per farne cruccioso
chi d'amor per innanzi si notrica.
Dal secolo hai partita cortesia
e ciò ch'è in donna da pregiar vertute:
in gaia gioventute
distrutta hai l'amorosa leggiadria.
Più non voi discovrir qual donna sia
che per le propietà sue canosciute.
Chi non merta salute
non speri mai d'aver sua compagnia.
Questo sonetto si divide in
quattro parti: ne la prima parte, chiamo la Morte per certi suoi
nomi propri; ne la seconda, parlando a lei, dico la cagione per
che io mi muovo a biasimarla: ne la terza, la vitupero; ne la
quarta, mi volgo a parlare a indiffinita persona, avvegna che
quanto a lo mio intendimento sia diffinita. La seconda comincia
quivi: poi che hai data; la terza quivi: E s'io di
grazia; la quarta quivi: Chi non merta salute.
IX. Appresso la morte di questa donna alquanti die,
avvenne cosa per la quale me convenne partire de la sopradetta
cittade e ire verso quelle parti dov'era la gentile donna ch'era
stata mia difesa, avegna che non tanto fosse lontano lo termine
de lo mio andare quanto ella era. E tutto ch'io fosse a la
compagnia di molti, quanto a la vista, l'andare mi dispiacea sì,
che quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia che lo
cuore sentia, però ch'io mi dilungava da la mia beatitudine. E
però lo dolcissimo segnore, lo quale mi segnoreggiava per la
vertù de la gentilissima donna, ne la mia imaginazione apparve
come peregrino leggeramente vestito e di vili drappi. Elli mi
parea disbigottito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi
occhi mi parea che si volgessero ad uno fiume bello e corrente e
chiarissimo, lo quale sen gìa lungo questo cammino là ov'io
era. A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi queste
parole: "Io vegno da quella donna la quale è stata tua lunga
difesa, e so che lo suo rivenire non sarà a gran tempi; e però
quello cuore che io ti facea avere a lei, io l'ho meco, e
partolo a donna la quale sarà tua difensione, come questa
era". E nominollami per nome, sì che io la conobbi bene. "Ma
tuttavia, di queste parole ch'io t'ho ragionate se alcuna cosa ne
dicessi, dille nel modo che per loro non si discernesse lo
simulato amore che tu hai mostrato a questa e che ti converrò
mostrare ad altri". E dette queste parole, disparve questa mia
imaginazione tutta subitamente, per la grandissima parte che mi
parve che Amore mi desse di sì; e, quasi cambiato ne la vista
mia, cavalcai quel giorno pensoso molto ed accompagnato da molti
sospiri. Appresso lo giorno, cominciai di ciò questo sonetto, lo
quale comincia Cavalcando.
Cavalcando l'altr'ier per un
cammino,
pensoso de l'andar che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo de la via
in abito leggier di peregrino.
Ne la sembianza mi parea meschino,
come avesse perduta segnoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome,
e disse: "Io vegno di lontana parte,
ov'era lo tuo cor per mio volere;
e recolo a servir novo piacere".
Allora presi di lui sì gran parte,
ch'elli disparve, e non m'accorsi come.
Questo sonetto ha tre parti: ne la
prima parte dico sì com'io trovai Amore, e quale mi parea; ne la
seconda dico quello ch'elli mi disse, avegna che non
compiutamente per tema ch'avea di discovrire lo mio secreto; ne
la terza dico com'elli mi disparve.La seconda comincia quivi: Quando
mi vide; la terza: Allora presi.
X. Appresso la mia ritornata mi misi a cercare di questa
donna, che lo mio segnore m'avea nominata ne lo cammino de li
sospiri; e acciò che lo mio parlare sia più brieve, dico che in
poco tempo la feci mia difesa tanto, che troppa gente ne
ragionava oltre li termini de la cortesia; onde molte fiate mi
pesava duramente. E per questa cagione, cioè di questa
soverchievole voce che parea che m'infamasse viziosamente, quella
gentilissima, la quale fue distruggitrice di tutti li vizi e
regina de le virtudi, passando per alcuna parte, mi negò lo suo
dolcissimo salutare, ne lo quale stava tutta la mia beatitudine.
Ed uscendo alquanto del proposito presente, voglio dare a
intendere quello che lo suo salutare in me virtuosamente operava.
XI. Dico che quando ella apparia da parte alcuna, per la
speranza de la mirabile salute nullo nemico mi rimanea, anzi mi
giugnea una fiamma di caritade, la quale mi facea perdonare a
chiunque m'avesse offeso; e chi allora m'avesse domandato di cosa
alcuna, la mia risponsione sarebbe stata solamente 'Amore', con
viso vestito d'umilitade. E quando ella fosse alquanto propinqua
al salutare, uno spirito d'amore, distruggendo tutti li altri
spiriti sensitivi, pingea fuori li deboletti spiriti del viso, e
dicea loro: "Andate a onorare la donna vostra"; ed elli si
rimanea nel luogo loro. E chi avesse voluto conoscere Amore, fare
lo potea, mirando lo tremare de li occhi miei. E quando questa
gentilissima salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo che
potesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine, ma elli
quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che lo mio corpo,
lo quale era tutto allora sotto lo suo reggimento, molte volte si
movea come cosa grave inanimata. Sì che appare manifestamente
che ne le sue salute abitava la mia beatitudine, la quale molte
volte passava e redundava la mia capacitade.
XII. Ora, tornando al proposito, dico che poi che la mia
beatitudine mi fue negata, mi giunse tanto dolore, che, partito
me da le genti, in solinga parte andai a bagnare la terra
d'amarissime lagrime. E poi che alquanto mi fue sollenato questo
lagrimare, misimi ne la mia camera, là ov'io potea lamentarmi
sanza essere udito; e quivi, chiamando misericordia a la donna de
la cortesia, e dicendo "Amore, aiuta lo tuo fedele",
m'addormentai come uno pargoletto battuto lagrimando. Avvenne
quasi nel mezzo de lo mio dormire che me parve vedere ne la mia
camera lungo me sedere uno giovane vestito di bianchissime
vestimenta, e, pensando molto quanto a la vista sua, mi
riguardava là ov'io giacea; e quando m'avea guardato alquanto,
pareami che sospirando mi chiamasse, e diceami queste parole:
"Fili mi, tempus est ut praetermictantur simulacra nostra".
Allora mi parea che io lo conoscesse, però che mi chiamava così
come assai fiate ne li miei sonni m'avea gi` chiamato; e
riguardandolo, parvemi che piangesse pietosamente, e parea che
attendesse da me alcuna parola; ond'io, assicurandomi, cominciai
a parlare così con esso: ´Segnore de la nobiltade, e perchè
piangi tu?". E quelli mi dicea queste parole: "Ego tanquam
centrum circuli, cui simili modo se habent circumferentiae
partes; tu autem non sic". Allora, pensando a le sue parole, mi
parea che m'avesse parlato molto oscuramente, sì ch'io mi
sforzava di parlare, e diceali queste parole: ´Che è ciò,
segnore, che mi parli con tanta oscuritade?". E quelli mi dicea
in parole volgari: ´Non dimandare più che utile ti sia". E
però cominciai allora con lui a ragionare de la salute la quale
mi fue negata, e domandalo de la cagione; onde in questa guisa
da lui mi fue risposto: "Quella nostra Beatrice udio da certe
persone, di te ragionando, che la donna la quale io ti nominai
nel cammino de li sospiri, ricevea da te alcuna noia; e però
questa gentilissima, la quale è contraria di tutte le noie, non
degnò salutare la tua persona, temendo non fosse noiosa. Onde
con ciò sia cosa che veracemente sia conosciuto per lei alquanto
lo tuo secreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi certe
parole per rima, ne le quali tu comprendi la forza che io tegno
sopra te per lei, e come tu fosti suo tostamente da la tua
puerizia. E di ciò chiama testimonio colui che lo sa, e come tu
prieghi lui che li le dica; ed io, che son quelli, volentieri le
ne ragionerò; e per questo sentirò ella la tua volontade la
quale sentendo, conoscerò le parole de li ingannati. Queste
parole fa che siano quasi un mezzo, sì che tu non parli a lei
immediatamente, che non è degno; e no le mandare in parte sanza
me, ove potessero essere intese da lei, ma falle adornare di
soave armonia, ne la quale io sarò tutte le volte che farò
mestiere". E dette queste parole, sì disparve, e lo mio sonno
fue rotto. Onde io ricordandomi trovai che questa visione m'era
apparita ne la nona ora del die; e anzi ch'io uscisse di questa
camera, propuosi di fare una ballata, ne la quale io seguitasse
ciò che lo mio segnore m'avea imposto; e feci poi questa
ballata, che comincia: Ballata, i' vo'.
Ballata, i' vo' che tu ritrovi
Amore,
e con lui vade a madonna davante,
sì che la scusa mia, la qual tu cante,
ragioni poi con lei lo mio segnore.
Tu vai, ballata, sì cortesemente,
che sanza compagnia
dovresti avere in tutte parti ardire;
ma se tu vuoli andar sicuramente,
retrova l'Amor pria,
chè forse non è bon sanza lui gire;
però che quella che ti dee audire,
sì com'io credo, è ver di me adirata:
se tu di lui non fossi accompagnata,
leggeramente ti faria disnore.
Con dolze sono, quando se' con lui,
comincia este parole,
appresso che averai chesta pietate:
"Madonna, quelli che mi manda a vui,
quando vi piaccia, vole,
sed elli ha scusa, che la m'intendiate.
Amore è qui, che per vostra bieltate
lo face,come vol, vista cangiare:
dunque perché li fece altra guardare
pensatel voi, da che non mutò 'l core".
Dille: ´Madonna, lo suo core è stato
con sì fermata fede,
che 'n voi servir l'ha 'mpronto onne pensero:
tosto fu vostro, e mai non s'è smagato".
Sed ella non ti crede,
dì che domandi Amor, che sa lo vero:
ed a la fine falle umil preghero,
lo perdonare se le fosse a noia,
che mi comandi per messo ch'eo moia,
e vedrassi ubidir ben servidore.
E dì a colui ch'è d'ogni pietà chiave,
avante che sdonnei,
che le saprò contar mia ragion bona:
"Per grazia de la mia nota soave
reman tu qui con lei,
e del tuo servo ciò che vuoi ragiona;
e s'ella pel tuo prego li perdona,
fa che li annunzi un bel sembiante pace".
Gentil ballata mia, quando ti piace,
movi in quel punto che tu n'aggie onore.
Questa ballata in tre parti si
divide: ne la prima dico a lei ov'ella vada, e confortola però
che vada più sicura, e dico ne la cui compagnia si metta, se
vuole sicuramente andare e sanza pericolo alcuno; ne la seconda
dico quello che lei si pertiene di fare intendere; ne la terza la
licenzio del gire quando vuole, raccomandando lo suo movimento ne
le braccia de la fortuna. La seconda parte comincia quivi: Con
dolze sono; la terza quivi: Gentil ballata.
Potrebbe giù l'uomo opporre
contra me e dicere che non sapesse a cui fosse lo mio parlare in
seconda persona, però che la ballata non è altro che queste
parole ched io parlo: e però dico che questo dubbio io lo
intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora in parte
più dubbiosa; e allora intenda qui chi qui dubita, o chi qui
volesse opporre in questo modo.
XIII. Appresso di questa soprascritta visione, avendo già
dette le parole che Amore m'avea imposte a dire, mi cominciaro
molti e diversi pensamenti a combattere ed a tentare, ciascuno
quasi indefensibilemente; tra li quali pensamenti quattro mi
parea che ingombrassero più lo riposo de la vita. L'uno de li
quali era questo: buona è la signoria d'Amore, però che trae lo
intendimento del suo fedele da tutte le vili cose. L'altro era
questo: non buona è la signoria d'Amore, però che quanto lo suo
fedele più fede li porta, tanto più gravi e dolorosi punti li
conviene passare. L'altro era questo: lo nome d'Amore è sì
dolce a udire, che impossibile mi pare che la sua propria
operazione sia ne le più cose altro che dolce, con ciò sia cosa
che li nomi seguitino le nominate cose, sì come è scritto: Nomina
sunt consequentia rerum. Lo quarto era questo: la donna per
cui Amore ti stringe così, non è come l'altre donne, che
leggeramente si muova dal suo cuore. E ciascuno mi combattea
tanto, che mi facea stare quasi come colui che non sa per qual
via pigli lo suo cammino, e che vuole andare e non sa onde se ne
vada; e se io pensava di volere cercare una comune via di
costoro, cioè l` ove tutti s'accordassero, questa era via molto
inimica verso me, cioè di chiamare e di mettermi ne le braccia
de la Pietà. E in questo stato dimorando, mi giunse volontade di
scriverne parole rimate; e dissine allora questo sonetto, lo
quale comincia: Tutti li miei pensier.
Tutti li miei pensier parlan
d'Amore;
e hanno in loro sì gran varietate,
ch'altro mi fa voler sua potestate,
altro folle ragiona il suo valore,
altro sperando m'aporta dolzore,
altro pianger mi fa spesse fiate;
e sol s'accordano in cherer pietate,
tremando di paura, che è nel core.
Ond'io non so da qual matera prenda;
e vorrei dire, e non so ch'io mi dica:
così mi trovo in amorosa erranza.
E se con tutti voi far accordanza,
convenemi chiamar la mia nemica,
madonna la Pietà, che mi difenda.
Questo sonetto in quattro parti si
può dividere: ne la prima dico e soppongo che tutti li miei
pensieri sono d'Amore; ne la seconda dico che sono diversi, e
narro la loro diversitade; ne la terza dico in che tutti pare che
s'accordino; ne la quarta dico che volendo dire d'Amore, non so
da qual parte pigli matera, e se la voglio pigliare da tutti,
convene che io chiami la mia inimica, madonna la Pietade; e dico
"madonna" quasi per disdegnoso modo di parlare. La seconda
parte comincia quivi: e hanno in loro; la terza quivi: e
sol s'accordano; la quarta quivi: Ond'io non so.
XIV. Appresso la battaglia de li diversi pensieri avvenne
che questa gentilissima venne in parte ove molte donne gentili
erano adunate; a la qual parte io fui condotto per amica persona,
credendosi fare a me grande piacere, in quanto mi menava là ove
tante donne mostravano le loro bellezze. Onde io, quasi non
sappiendo a che io fossi menato, e fidandomi ne la persona, la
quale uno suo amico a l'estremitade de la vita condotto avea,
dissi a lui: "Perché semo noi venuti a queste donne?". Allora
quelli mi disse: "Per fare sì ch'elle siano degnamente
servite". E lo vero è che adunate quivi erano a la compagnia
d'una gentile donna che disposata era lo giorno; e però, secondo
l'usanza de la sopradetta cittade, convenia che le facessero
compagnia nel primo sedere a la mensa che facea ne la magione del
suo novello sposo. Sì che io credendomi fare piacere di questo
amico, propuosi di stare al servigio de le donne ne la sua
compagnia. E nel fine del mio proponimento, mi parve sentire uno
mirabile tremore incominciare nel mio petto da la sinistra parte
e distendersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora
dico che io poggiai la mia persona simulatamente ad una pintura,
la quale circundava questa magione; e temendo non altri si fosse
accorto del mio tremare, levai gli occhi, e mirando le donne,
vidi tra loro la gentilissima Beatrice. Allora fuoro sì
distrutti li miei spiriti per la forza che Amore prese veggendosi
in tanta propinquitade a la gentilissima donna, che non ne
rimasero in vita più che li spiriti del viso; e ancora questi
rimasero fuori de li loro istrumenti, però che Amore volea stare
nel loro nobilissimo luogo per vedere la mirabile donna. E
avvegna che io fossi altro che prima, molto mi dolea di questi
spiritelli, che si lamentavano forte e diceano: "Se questi non
ci infolgorasse così fuori del nostro luogo, noi potremmo stare
a vedere la maraviglia di questa donna così come stanno li altri
nostri pari". Io dico che molte di queste donne, accorgendosi de
la mia trasfigurazione, si cominciaro a maravigliare, e
ragionando si gabbavano di me con questa gentilissima; onde lo
ingannato amico di buona fede mi prese per la mano, e traendomi
fuori de la veduta di queste donne, sì mi domandì che io
avesse. Allora io riposato alquanto, e resurressiti li morti
spiriti miei, e li discacciati rivenuti a le loro possessioni,
dissi a questo mio amico queste parole: "Io tenni li piedi in
quella parte de la vita, di là da la quale non si puote ire più
per intendimento di ritornare". E partitomi da lui, mi ritornai
ne la camera de le lagrime; ne la quale, piangendo e
vergognandomi, fra me stesso dicea: "Se questa donna sapesse la
mia condizione, io non credo che così gabbasse la mia persona,
anzi credo che molta pietade le ne verrebbe". E in questo pianto
stando, propuosi di dire parole, ne le quali, parlando a lei,
significasse la cagione del mio trasfiguramento, e dicesse che io
so bene ch'ella non è saputa, e che se fosse saputa, io credo
che pietà ne giugnerebbe altrui; e propusile di dire,
desiderando che venissero per avventura ne la sua audienza. E
allora dissi questo sonetto, lo quale comincia: Con l'altre
donne.
Con l'altre donne mia vista
gabbate,
e non pensate, donna, onde si mova
ch'io vi rassembri sì figura nova
quando riguardo la vostra beltate.
Se lo saveste, non poria Pietate
tener più contra me l'usata prova,
ché Amor, quando sì presso a voi mi trova,
prende baldanza e tanta securtate,
che fere tra' miei spiriti paurosi,
e quale ancide, e qual pinge di fore,
sì che solo remane a veder vui:
ond'io mi cangio in figura d'altrui,
ma non sì ch'io non senta bene allore
li guai de li scacciati tormentosi.
Questo sonetto non divido in
parti, però che la divisione non si fa se non per aprire la
sentenzia de la cosa divisa; onde, con ciò sia cosa che per la
sua ragionata cagione assai sia manifesto, non ha mestiere di
divisione. Vero è che tra le parole dove si manifesta la cagione
di questo sonetto, si scrivono dubbiose parole, cioè quando dico
che Amore uccide tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in
vita, salvo che fuori de li strumenti loro. E questo dubbio è
impossibile a solvere a chi non fosse in simile grado fedele
d'Amore; ed a coloro che vi sono, è manifesto ciò che
solverebbe le dubitose parole: e però non è bene a me di
dichiarare cotale dubitazione, acciò che lo mio parlare
dichiarando sarebbe indarno, o vero di soperchio.
XV. Appresso la nuova trasfigurazione, mi giunse uno
pensamento forte, lo quale poco si partia da me, anzi
continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragionamento meco:
"Poscia che tu perviene a così dischernevole vista, quando tu
se' presso di questa donna, perché pur cerchi di vedere lei?
Ecco che tu fossi domandato da lei, che avrestù da rispondere,
ponendo che tu avessi libera ciascuna tua vertude, in quanto tu
le rispondessi? " Ed a costui rispondea un altro umile pensero,
e dicea: "S'io non perdessi le mie vertudi, e fossi libero tanto
che io le potessi rispondere, io le direi che, sì tosto com'io
imagino la sua mirabile bellezza, sì tosto mi giugne uno
desiderio di vederla, lo quale è di tanta vertude, che uccide e
distrugge ne la mia memoria ciò che contra lui si potesse
levare; e però non mi ritraggono le passate passioni da cercare
la veduta di costei". Onde io, mosso da cotali pensamenti,
propuosi di dire certe parole, ne le quali, escusandomi a lei da
cotale riprensione, ponesse anche di quello che mi diviene presso
di lei; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: Ciò che
m'incontra .
Ciò che m'incontra ne la mente,
more,
quand'i' vegno a veder voi, bella gioia;
e quand'io vi son presso, i' sento Amore
che dice: "Fuggi, se 'l perir t'è noia".
Lo viso mostra lo color del core,
che, tramortendo, ovunque po' s'appoia;
e per la ebrietà del gran tremore
le pietre par che gridin: "Moia, moia".
Peccato face chi allora mi vide,
se l'alma sbigottita non conforta,
sol dimostrando che di me li doglia,
per la pietà, che 'l vostro gabbo ancide,
la qual si cria ne la vista morta
de li occhi, c'hanno di lor morte voglia.
Questo sonetto si divide in due
parti: ne la prima dico la cagione per che non mi tengo di gire
presso di questa donna; ne la seconda dico quello che mi diviene
per andare presso di lei; e comincia questa parte quivi: e
quand'io vi son presso . Ed anche si divide questa seconda
parte in cinque, secondo cinque diverse narrazioni: che ne la
prima dico quello che Amore, consigliato da la ragione, mi dice
quando le sono presso; ne la seconda manifesto lo stato del cuore
per esemplo del viso; ne la terza dico sì come onne sicurtade mi
viene meno; ne la quarta dico che pecca quelli che non mostra
pietà di me, acciò che mi sarebbe alcuno conforto; ne l'ultima
dico perché altri doverebbe avere pietà, e ciò è per la
pietosa vista che ne li occhi mi giugne; la quale vista pietosa
è distrutta, cioè non pare altrui, per lo gabbare di questa
donna, la quale trae a sua simile operazione coloro che forse
vederebbono questa pietà. La seconda parte comincia quivi: Lo
viso mostra; la terza quivi: e per la ebrietà ;
la quarta: Peccato face ; la quinta: per la pietà.
XVI. Appresso cioè, che io dissi questo sonetto, mi mosse
una volontade di dire anche parole, ne le quali io dicesse
quattro cose ancora sopra lo mio stato, le quali non mi parea che
fossero manifestate ancora per me. La prima de le quali si è che
molte volte io mi dolea, quando a mia memoria movesse la fantasia
ad imaginare quale Amore mi facea. La seconda si è che Amore
spesse volte di subito m'assalia sì forte, che 'n me non rimanea
altro di vita se non un pensero che parlava di questa donna. La
terza si è che quando questa battaglia d'Amore mi pugnava così,
io mi movea quasi discolorito tutto per vedere questa donna,
credendo che mi difendesse la sua veduta da questa battaglia,
dimenticando quello che per appropinquare a tanta gentilezza
m'addivenia. La quarta si è come cotale veduta non solamente non
mi difendea, ma finalmente disconfiggea la mia poca vita. E però
dissi questo sonetto, lo quale comincia: Spesse fiate.
Spesse fiate vegnonmi a la mente
le oscure qualità ch'Amor mi dona,
e venneme pietà, sì che sovente
io dico: "Lasso! avvien elli a persona?";
ch'Amor m'assale subitanamente,
sì che la vita quasi m'abbandona:
campami uno spirto vivo solamente,
e que' riman, perchè di voi ragiona.
Poscia mi sforzo, chè mi voglio atare;
e così smorto, d'onne valor voto,
vegno a vedervi, credendo guerire:
e se io levo li occhi per guardare,
nel cor mi si comincia uno tremoto,
che fa de' polsi l'anima partire.
Questo sonetto si divide in
quattro parti, secondo che quattro cose sono in esso narrate; e
però che sono di sopra ragionate, non m'intrametto se non di
distinguere le parti per li loro cominciamenti. Onde dico che la
seconda parte comincia quivi: ch'Amor; la terza quivi: Poscia
mi sforzo; la quarta quivi: e se io levo.
XVII. Poi che dissi questi tre sonetti, ne li quali parlai a
questa donna, però che fuoro narratori di tutto quasi lo mio
stato, credendomi tacere e non dire più, però che mi parea di
me assai avere manifestato, avvegna che sempre poi tacesse di
dire a lei, a me convenne ripigliare matera nuova e più nobile
che la passata. E però che la cagione de la nuova matera è
dilettevole a udire, la dicerò, quanto potrò più brievemente.
XVIII. Con ciò sia cosa che per la vista mia molte persone
avessero compreso lo secreto del mio cuore, certe donne, le quali
adunate s'erano, dilettandosi l'una ne la compagnia de l'altra,
sapeano bene lo mio cuore, però che ciascuna di loro era stata a
molte mie sconfitte; ed io passando appresso di loro, sì come da
la fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili donne.
La donna che m'avea chiamato, era donna di molto leggiadro
parlare; sì che quand'io fui giunto dinanzi da loro, e vidi bene
che la mia gentilissima donna non era con esse, rassicurandomi le
salutai, e domandai che piacesse loro. Le donne erano molte, tra
le quali n'avea certe che si rideano tra loro. Altre v'erano che
mi guardavano, aspettando che io dovessi dire. Altre v'erano che
parlavano tra loro. De le quali una, volgendo li suoi occhi verso
me e chiamandomi per nome, disse queste parole: "A che fine ami
tu questa tua donna, poi che tu non puoi sostenere la sua
presenza? Dilloci, chè certo lo fine di cotale amore conviene
che sia novissimo". E poi che m'ebbe dette queste parole, non
solamente ella, ma tutte l'altre cominciaro ad attendere in vista
la mia risponsione. Allora dissi queste parole loro: ´Madonne,
lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa donna, forse
di cui voi intendete, ed in quello dimorava la beatitudine, chè
era fine di tutti li miei desiderii. Ma poi che le piacque di
negarlo a me, lo mio segnore Amore, la sua merzede, ha posto
tutta la mia beatitudine in quello che non mi puote venire
meno". Allora queste donne cominciaro a parlare tra loro; e sì
come talora vedemo cadere l'acqua mischiata di bella neve, così
mi parea udire le loro parole uscire mischiate di sospiri. E poi
che alquanto ebbero parlato tra loro, anche mi disse questa donna
che m'avea prima parlato, queste parole: "Noi ti preghiamo che
tu ne dichi ove sia questa tua beatitudine". Ed io, rispondendo
lei, dissi cotanto: "In quelle parole che lodano la donna mia".
Allora mi rispuose questa che mi parlava: "Se tu ne dicessi
vero, quelle parole che tu n'hai dette in notificando la tua
condizione, avrestù operate con altro intendimento". Onde io,
pensando a queste parole, quasi vergognoso mi partio da loro, e
venia dicendo fra me medesimo: "Poi che è tanta beatitudine in
quelle parole che lodano la mia donna, perché altro parlare è
stato lo mio?". E però propuosi di prendere per matera de lo
mio parlare sempre mai quello che fosse loda di questa
gentilissima; e pensando molto a ciò, pareami avere impresa
troppo alta matera quanto a me, sì che non ardia di cominciare;
e così dimorai alquanti dì con disiderio di dire e con paura di
cominciare.
XIX. Avvenne poi che passando per uno cammino, lungo lo
quale sen gìa uno rivo chiaro molto, a me giunse tanta volontade
di dire, che io cominciai a pensare lo modo ch'io tenesse; e
pensai che parlare di lei non si convenia che io facesse, se io
non parlasse a donne in seconda persona, e non ad ogni donna, ma
solamente a coloro che sono gentili e che non sono pure femmine.
Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa
mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore.
Queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando
di prenderle per mio cominciamento; onde poi ritornato a la
sopradetta cittade, pensando alquanti die, cominciai una canzone
con questo cominciamento, ordinata nel modo che si vedrà di
sotto ne la sua divisione. La canzone comincia: Donne
ch'avete.
Donne ch'avete intelletto d'amore,
i' vo' con voi de la mia donna dire,
non perch'io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s'io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente:
E io non vo' parlar sì altamente,
ch'io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con vui,
ché non è cosa da parlarne altrui.
Angelo clama in divino intelletto
e dice: "Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l'atto che procede
d'un'anima che 'nfin quassù risplende".
Lo cielo, che non have altro difetto
che d'aver lei, al suo segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
ché parla Dio, che di madonna intende:
"Diletti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto me piace
là ov' è alcun che perder lei s'attende,
e che dirà ne lo inferno: "O malnati,
io vidi la speranza de' beati".
Madonna è disiata in sommo cielo:
or voi di sua virtù farvi savere.
Dico, qual vuol gentil donna parere
vada con lei, ché quando va per via,
gitta nei cor villani Amore un gelo,
per che onne lor pensero agghiaccia e pere;
e qual soffrisse di starla a vedere
diverria nobil cosa, o si morria;
E quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute,
chè li avvien ciò che li dona salute,
e sì l'umilia ch'ogni offesa oblia.
Ancor l'ha Dio per maggior grazia dato
che non pò mal finir chi l'ha parlato.
Dice di lei Amor: "Cosa mortale
come esser pò sì adorna e sì pura?"
Poi la reguarda, e fra se stesso giura
che Dio ne 'ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi in forma, quale
convene a donna aver, non for misura;
ella è quanto de ben pò far natura;
per esemplo di lei bieltà si prova.
De li occhi suoi, come ch'ella li mova,
escono spirti d'amore inflammati,
che feron li occhi a qual che allor la guati,
e passan sì che 'l cor ciascun retrova:
voi le vedete Amor pinto nel viso,
là 've non pote alcun mirarla fiso.
Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand'io t'avrò avanzata.
Or t'ammonisco, perch'io t'ho allevata
per figliuola d'Amor giovane e piana,
che là ove giugni tu dichi pregando:
"Insegnatemi gir, ch'io son mandata
a quella di cui laude so' adornata".
E se non vuoli andar sì come vana,
non restare ove sia gente villana;
ingegnati, se puoi, d'esser palese
solo con donne o con omo cortese,
che ti merranno là per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
raccomandami a lui come tu dei.
Questa canzone, acciò che sia
meglio intesa, la dividerò più artificiosamente che l'altre
cose di sopra. E però prima ne fo tre parti: la prima parte è
proemio de le sequenti parole; la seconda è lo intento trattato;
la terza è quasi una serviziale de le precedenti parole. La
seconda comincia quivi: Angelo clama; la terza quivi: Canzone,
io so che. La prima parte si divide in quattro: ne la prima
dico a cu' io dicer voglio de la mia donna, e perché io voglio
dire; ne la seconda dico quale me pare avere a me stesso quand'io
penso lo suo valore, e com'io direi s'io non perdessi
l'ardimento; ne la terza dico come credo dire di lei, acciò
ch'io non sia impedito da viltà; ne la quarta, ridicendo anche a
cui ne intenda dire, dico la cagione per che dico a loro. La
seconda comincia quivi: Io dico; la terza quivi: E
io non vo' parlar; la quarta: donne e donzelle.
Poscia quando dico: Angelo clama, comincio a trattare di
questa donna. E dividesi questa parte in due: ne la prima dico
che di lei si comprende in cielo; ne la seconda dico che di lei
si comprende in terra, quivi: Madonna è disiata. Questa
seconda parte si divide in due; che ne la prima dico di lei
quanto da la parte de la nobilitade de la sua anima, narrando
alquanto de le sue vertudi effettive che de la sua anima
procedeano; ne la seconda dico di lei quanto da la parte de la
nobilitade del suo corpo, narrando alquanto de le sue bellezze,
quivi: Dice di lei Amor. Questa seconda parte si divide
in due: che ne la prima dico d'alquante bellezze che sono secondo
tutta la persona; ne la seconda dico d'alquante bellezze che sono
secondo diterminata parte de la persona, quivi: De li occhi
suoi. Questa seconda parte si divide in due: che ne l'una
dico deli occhi, li quali sono principio d'amore; ne la seconda
dico de la bocca, la quale è fine d'amore. E acciò che quinci
si lievi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi ci legge che di
sopra è scritto che lo saluto di questa donna, lo quale era de
le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei desiderii
mentre ch'io lo potei ricevere. Poscia quando dico: Canzone,
io so che tu, aggiungo una stanza quasi come ancella de
l'altre, ne la quale dico quello che di questa mia canzone
desidero; e però che questa ultima parte è lieve a intendere,
non mi travaglio di più divisioni. Dico bene che, a più aprire
lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare di più
minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per
queste che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la
mi lascia stare, ché certo io temo d'avere a troppi comunicato
lo suo intendimento pur per queste divisioni che fatte sono,
s'elli avvenisse che molti le potessero audire.
XX. Appresso che questa canzone fue alquanto divolgata tra
le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico l'udisse,
volontade lo mosse a pregare me che io li dovesse dire che è
Amore, avendo forse per l'udite parole speranza di me oltre che
degna. Onde io pensando che appresso di cotale trattato, bello
era trattare alquanto d'Amore, e pensando che l'amico era da
servire, propuosi di dire parole ne le quali io trattassi
d'Amore; e allora dissi questo sonetto, lo qual comincia: Amore
e 'l cor gentil.
Amore e 'l cor gentil sono una
cosa,
sì come il saggio in suo dittare pone,
e così esser l'un sanza l'altro osa
com'alma razional sanza ragione.
Falli natura quand'è amorosa,
Amor per sire e 'l cor per sua magione,
dentro la qual dormendo si riposa
tal volta poca e tal lunga stagione.
Bieltate appare in saggia donna pui,
che piace a gli occhi sì, che dentro al core
nasce un disio de la cosa piacente;
e tanto dura talora in costui,
che fa svegliar lo spirito d'Amore.
E simil face in donna omo valente.
Questo sonetto si divide in due
parti: ne la prima dico di lui in quanto è in potenzia; ne la
seconda dico di lui in quanto di potenzia si riduce in atto. La
seconda comincia quivi: Bieltate appare. La prima si
divide in due: ne la prima dico in che suggetto sia questa
potenzia; ne la seconda dico sì come questo suggetto e questa
potenzia siano produtti in essere, e come l'uno guarda l'altro
come forma materia. La seconda comincia quivi: Falli natura.
Poscia quando dico: Bieltate appare, dico come questa
potenzia si riduce in atto; e prima come si riduce in uomo, poi
come si riduce in donna, quivi: E simil face in donna.
XXI. Poscia che trattai d'Amore ne la soprascritta rima,
vennemi volontade di volere dire, anche in loda di questa
gentilissima, parole per le quali io mostrasse come per lei si
sveglia questo Amore, e come non solamente si sveglia là ove
dorme, ma là ove non è in potenzia, ella, mirabilemente
operando, lo fa venire. E allora dissi questo sonetto, lo quale
comincia: Negli occhi porta.
Negli occhi porta la mia donna
Amore,
per che si fa gentil ciò ch'ella mira;
ov'ella passa, ogn'om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,
sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza, ogne pensero umile
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond'è laudato chi prima la vide.
Quel ch'ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,
sè è novo miracolo e gentile.
Questo sonetto sì ha tre parti.
Ne la prima dico sì come questa donna riduce questa potenzia in
atto, secondo la nobilissima parte de li suoi occhi; e ne la
terza dico questo medesimo, secondo la nobilissima parte de la
sua bocca: e intra queste due parti è una particella, ch'è
quasi domandatrice d'aiuto a la precedente parte ed a la
sequente, e comincia quivi: Aiutatemi, donne. La terza
comincia quivi: Ogne dolcezza. La prima si divide in
tre; che ne la prima parte dico sì come virtuosamente fae
gentile tutto ciò che vede, e questo è tanto a dire quanto
inducere Amore in potenzia lè ove non è; ne la seconda dico
come reduce in atto Amore ne li cuori di tutti coloro cui vede;
ne la terza dico quello che poi virtuosamente adopera ne' loro
cuori. La seconda comincia quivi: ov'ella passa; la
terza quivi: e cui saluta. Poscia quando dico: Aiutatemi,
donne, do a intendere a cui la mia intenzione è di parlare,
chiamando le donne che m'aiutino onorare costei. Poscia quando
dico: Ogne dolcezza, dico quello medesimo che detto è
ne la prima parte, secondo due atti de la sua bocca; l'uno de li
quali è lo suo dolcissimo parlare, e l'altro lo suo mirabile
riso; salvo che non dico di questo ultimo come adopera ne li
cuori altrui, però che la memoria non puote ritenere lui né sua
operazione.
XXII. Appresso ciò non molti dì passati, sì come piacque
al glorioso sire lo quale non negoe la morte a sé, colui che
era stato genitore di tanta maraviglia quanta si vedea ch'era
questa nobilissima Beatrice, di questa vita uscendo, a la gloria
eternale se ne gio veracemente. Onde, con ciò sia cosa che
cotale partire sia doloroso a coloro che rimangono e sono stati
amici di colui che se ne va; e nulla sia sì intima amistade come
da buon padre a buon figliuolo e da buon figliuolo a buon padre;
e questa donna fosse in altissimo grado di bontade, e lo suo
padre, sè come da molti si crede e vero è, fosse bono in alto
grado; manifesto è che questa donna fue amarissimamente piena di
dolore. E con ciò sia cosa che, secondo l'usanza de la
sopradetta cittade, donne con donne e uomini con uomini s'adunino
a cotale tristizia, molte donne s'adunaro colà dove questa
Beatrice piangea pietosamente: onde io veggendo ritornare
alquante donne da lei, udio dicere loro parole di questa
gentilissima, com'ella si lamentava; tra le quali parole udio che
diceano: "Certo ella piange sì, che quale la mirasse doverebbe
morire di pietade". Allora trapassaro queste donne; ed io rimasi
in tanta tristizia, che alcuna lagrima talora bagnava la mia
faccia, onde io mi ricopria con porre le mani spesso a li miei
occhi: e se non fosse ch'io attendea audire anche di lei, però
ch'io era in luogo onde se ne giano la maggior parte di quelle
donne che da lei si partiano, io mi sarei nascoso incontanente
che le lagrime m'aveano assalito. E però dimorando ancora nel
medesimo luogo, donne anche passaro presso di me, le quali
andavano ragionando tra loro queste parole: "Chi dee mai essere
lieta di noi, che avemo udita parlare questa donna così
pietosamente?". Appresso costoro passaro altre donne, che
veniano dicendo: "Questi ch'è qui, piange né più né meno
come se l'avesse veduta, come noi avemo". Altre dipoi diceano di
me: "Vedi questi che non pare esso, tal è divenuto". E così
passando queste donne, udio parole di lei e di me in questo modo
che detto è. Onde io poi, pensando, propuosi di dire parole,
acciò che degnamente avea cagione di dire, ne le quali parole io
conchiudesse tutto ciò che inteso avea da queste donne; e però
che volentieri l'averei domandate, se non mi fosse stata
riprensione, presi tanta matera di dire come s'io l'avesse
domandate ed elle m'avessero risposto. E feci due sonetti; che
nel primo domando in quello modo che voglia mi giunse di
domandare; ne l'altro dico la loro risponsione, pigliando ciò
ch'io udio da loro sì come lo mi avessero detto rispondendo. E
comincia lo primo: Voi che portate la sembianza umile, e
l'altro: Se' tu colui c'hai trattato sovente.
Voi, che portate la sembianza
umile,
con li occhi bassi mostrando dolore,
onde venite che 'l vostro colore
par divenuto de pietà simile?
Vedeste voi nostra donna gentile
bagnar nel viso suo di pianto Amore?
Ditelmi, donne, che 'l mi dice il core,
perch'io vi veggio andar sanz'atto vile.
E se venite da tanta pietate,
piacciavi di restar qui meco alquanto,
e qual che sia di lei no 'l mi celate.
Io veggio li occhi vostri c'hanno pianto,
e veggiovi tornar sì sfigurate,
che 'l cor mi triema di vederne tanto.
Questo sonetto si divide in due
parti: ne la prima chiamo e domando queste donne se vegnono da
lei, dicendo loro che io lo credo, però che tornano quasi
ingentilite; ne la seconda le prego che mi dicano di lei. La
seconda comincia quivi: E se venite.
Qui appresso è l'altro sonetto,
sì come dinanzi avemo narrato.
Se' tu colui, c'hai trattato
sovente
di nostra donna, sol parlando a nui?
Tu risomigli a la voce ben lui,
ma la figura ne par d'altra gente.
E perché piangi tu sì coralmente,
che fai di te pietà venire altrui?
Vedestù pianger lei, che tu non pui
punto celar la dolorosa mente?
Lascia pianger a noi e triste andare
(e fa peccato chi mai ne conforta),
che nel suo pianto l'udimmo parlare.
Ell'ha nel viso la pietà si scorta,
che qual l'avesse voluta mirare
sarebbe innanzi lei piangendo morta.
Questo sonetto ha quattro parti,
secondo che quattro modi di parlare ebbero in loro le donne per
cui rispondo; e però che sono di sopra assai manifesti, non
m'intrametto di narrare la sentenzia de le parti, e però le
distinguo solamente. La seconda comincia quivi: E perché
piangi; la terza: Lascia pianger a noi; la quarta: Ell'ha
nel viso.
Ritorna
all'inizio parte I
Continua nella parte II