XXIII.
Appresso ciò per pochi dì, avvenne che in alcuna parte de la
mia persona mi giunse una dolorosa infermitade, onde io
continuamente soffersi per nove dì amarissima pena; la quale mi
condusse a tanta debolezza, che me convenia stare come coloro li
quali non si possono muovere. Io dico che ne lo nono giorno,
sentendo me dolere quasi intollerabilmente, a me giunse uno
pensero, lo quale era de la mia donna. E quando ei pensato
alquanto di lei, ed io ritornai pensando a la mia debilitata
vita; e veggendo come leggero era lo suo durare, ancora che sana
fosse, sì cominciai a piangere fra me stesso di tanta miseria.
Onde, sospirando forte, dicea fra me medesimo: "Di necessitade
convene che la gentilissima Beatrice alcuna volta si muoia". E
però mi giunse uno sì forte smarrimento, che chiusi li occhi e
cominciai a travagliare sì come farnetica persona ed a imaginare
in questo modo; che ne lo incominciamento de lo errare che fece
la mia fantasia, apparvero a me certi visi di donne scapigliate,
che mi diceano: "Tu pur morrai"; e poi, dopo queste donne,
m'apparvero certi visi diversi e orribili a vedere, li quali mi
diceano: "Tu se' morto". Così cominciando ad errare la mia
fantasia, venni a quello ch'io non sapea ove io mi fosse; e
vedere mi parea donne andare scapigliate piangendo per via,
maravigliosamente triste; e pareami vedere lo sole oscurare, sì
che le stelle si mostravano di colore ch'elle mi faceano
giudicare che piangessero; e pareami che li uccelli volando per
l'aria cadessero morti, e che fossero grandissimi terremuoti. E
maravigliandomi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai
alcuno amico che mi venisse a dire: "Or non sai? la tua mirabile
donna è partita di questo secolo". Allora cominciai a piangere
molto pietosamente; e non solamente piangea ne la imaginazione,
ma piangea con li occhi, bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava
di guardare verso lo cielo, e pareami vedere moltitudine d'angeli
li quali tornassero in suso, ed aveano dinanzi da loro una
nebuletta bianchissima. A me parea che questi angeli cantassero
gloriosamente, e le parole del loro canto mi parea udire che
fossero queste: Osanna in excelsis; ed altro non mi
parea udire. Allora mi parea che lo cuore, ove era tanto amore,
mi dicesse: "Vero è che morta giace la nostra donna". E per
questo mi parea andare per vedere lo corpo ne lo quale era stata
quella nobilissima e beata anima; e fue sì forte la erronea
fantasia, che mi mostrò questa donna morta: e pareami che donne
la covrissero, cioè la sua testa, con uno bianco velo; e pareami
che la sua faccia avesse tanto aspetto d'umilitade che parea che
dicesse: "Io sono a vedere lo principio de la pace". In questa
imaginazione mi giunse tanta umilitade per vedere lei, che io
chiamava la Morte, e dicea: ´Dolcissima Morte, vieni a me, e non
m'essere villana, però che tu dei essere gentile, in tal parte
se' stata! Or vieni a me, che molto ti desidero; e tu lo vedi,
ché io porto già lo tuo colore". E quando io avea veduto
compiere tutti li dolorosi mestieri che a le corpora de li morti
s'usano di fare, mi parea tornare ne la mia camera, e quivi mi
parea guardare verso lo cielo; e sì forte era la mia
imaginazione, che piangendo incominciai a dire con verace voce:
"Oi anima bellissima, come è beato colui che ti vede!". E
dicendo io queste parole con doloroso singulto di pianto, e
chiamando la Morte che venisse a me, una donna giovane e gentile,
la quale era lungo lo mio letto, credendo che lo mio piangere e
le mie parole fossero solamente per lo dolore de la mia
infermitade, con grande paura cominciò a piangere. Onde altre
donne che per la camera erano, s'accorsero di me, che io piangea,
per lo pianto che vedeano fare a questa; onde faccendo lei
partire da me, la quale era meco di propinquissima sanguinitade
congiunta, elle si trassero verso me per isvegliarmi, credendo
che io sognasse, e diceanmi: "Non dormire piu" e "Non ti
sconfortare". E parlandomi così, sì mi cessò la forte
fantasia entro in quello punto ch'eo volea dicere: "O Beatrice,
benedetta sie tu"; e già detto avea "O Beatrice", quando
riscotendomi apersi li occhi, e vidi che io era ingannato. E con
tutto che io chiamasse questo nome, la mia voce era sì rotta dal
singulto del piangere, che queste donne non mi potero intendere,
secondo il mio parere; e avvegna che io vergognasse molto,
tuttavia per alcuno ammonimento d'Amore mi rivolsi a loro. E
quando mi videro, cominciaro a dire: "Questi pare morto", e a
dire tra loro: "Procuriamo di confortarlo"; onde molte parole
mi diceano da confortarmi, e talora mi domandavano di che io
avesse avuto paura. Onde io essendo alquanto riconfortato, e
conosciuto lo fallace imaginare, rispuosi a loro: "Io vi diroe
quello ch'i' hoe avuto". Allora, cominciandomi dal principio
infino a la fine, dissi loro quello che veduto avea, tacendo lo
nome di questa gentilissima. Onde poi sanato di questa
infermitade, propuosi di dire parole di questo che m'era
addivenuto, però che mi parea che fosse amorosa cosa da udire; e
però ne dissi questa canzone: Donna pietosa, e di novella
etate, ordinata sì come manifesta la infrascritta
divisione.
Donna pietosa, e di novella etate,
adorna assai di gentilezze umane,
che era là 'v'io chiamava spesso Morte,
veggendo li occhi miei pien di pietate,
e ascoltando le parole vane,
si mosse con paura a pianger forte;
E altre donne, che si fuoro accorte
di me per quella che meco piangia,
fecer lei partir via,
e appressarsi per farmi sentire.
Qual dicea: "Non dormire",
e qual dicea: "Perché sì ti sconforte?"
Allor lassai la nova fantasia,
chiamando il nome de la donna mia.
Era la voce mia sì dolorosa
e rotta sì da l'angoscia del pianto,
ch'io solo intesi il nome nel mio core;
e con tutta la vista vergognosa
ch'era nel viso mio giunta cotanto,
mi fece verso lor volgere Amore.
Elli era tale a veder mio colore,
che facea ragionar di morte altrui:
"Deh, consoliam costui,"
pregava l'una l'altra umilemente;
e dicevan sovente:
"Che vedestù, che tu non hai valore?"
E quando un poco confortato fui,
io dissi: ´Donne, dicerollo a vui.
Mentr'io pensava la mia frale vita,
e vedea 'l suo durar com'è leggero,
piansemi Amor nel core, ove dimora;
per che l'anima mia fu sì smarrita,
che sospirando dicea nel pensero:
- Ben converrà che la mia donna mora! -
Io presi tanto smarrimento allora,
ch'io chiusi li occhi vilmente gravati,
e furon sì smagati
li spirti miei, che ciascun giva errando;
e poscia imaginando,
di conoscenza e di veritì fora,
visi di donne m'apparver crucciati,
che mi dicean pur: - Morra'ti, morra'ti -.
Poi vidi cose dubitose molte,
nel vano imaginare ov'io entrai;
ed esser mi parea non so in qual loco,
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagrimando, e qual traendo guai,
che di tristizia saettavan foco.
Poi mi parve vedere a poco a poco
turbar lo sole ed apparir la stella,
e pianger elli ed ella;
cader li augelli volando per l'are,
e la terra tremare;
ed omo apparve scolorito e fioco,
dicendomi: - Che fai? Non sai novella?
morta è la donna tua, ch'era sì bella -.
Levava li occhi miei bagnati in pianti,
e vedea (che parean pioggia di manna)
li angeli che tornavan suso in cielo,
ed una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti: Osanna;
e s'altro avesser detto, a voi dire'lo.
Allor diceva Amor: - Più nol ti celo;
vieni a veder nostra donna che giace. -
Lo imaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta;
e quand'io l'avea scorta,
vedea che donne la covrian d'un velo;
ed avea seco umilità verace,
che parea che dicesse: - Io sono in pace. -
Io divenia nel dolor sì umile,
veggendo in lei tanta umiltà formata,
ch'io dicea: - Morte, assai dolce ti tegno;
tu dei omai esser cosa gentile,
poi che tu se' ne la mia donna stata,
e dei aver pietate e non disdegno.
Vedi che sì desideroso vegno
d'esser de' tuoi, ch'io ti somiglio in fede.
Vieni, ché 'l cor te chiede.-
Poi mi partia, consumato ogne duolo;
e quand'io era solo,
dicea, guardando verso l'alto regno:
- Beato, anima bella, chi te vede! -
Voi mi chiamaste allor, vostra merzede."
Questa canzone ha due parti: ne la prima dico,
parlando a indiffinita persona, come io fui levato d'una vana
fantasia da certe donne, e come promisi loro di dirla; ne la
seconda dico come io dissi a loro. La seconda comincia quivi: Mentr'io
pensava. La prima parte si divide in due: ne la prima dico
quello che certe donne, e che una sola, dissero e fecero per la
mia fantasia, quanto è dinanzi che io fossi tornato in verace
condizione; ne la seconda dico quello che queste donne mi
dissero, poi che io lasciai questo farneticare; e comincia questa
parte quivi: Era la voce mia. Poscia quando dico: Mentr'io
pensava, dico come io dissi loro questa mia imaginazione. Ed
intorno a ciò foe due parti: ne la prima dico per ordine questa
imaginazione; ne la seconda, dicendo a che ora mi chiamaro, le
ringrazio chiusamente; e comincia quivi questa parte: Voi mi
chiamaste.
XXIV.
Appresso questa vana imaginazione, avvenne uno die che, sedendo
io pensoso in alcuna parte, ed io mi sentio cominciare un
tremuoto nel cuore, così come se io fosse stato presente a
questa donna. Allora dico che mi giunse una imaginazione d'Amore;
che mi parve vederlo venire da quella parte ove la mia donna
stava, e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio: "Pensa
di benedicere lo dì che io ti presi, però che tu lo dei
fare". E certo me parea avere lo cuore sì lieto, che me non
parea che fosse lo mio cuore, per la sua nuova condizione. E poco
dopo queste parole, che lo cuore mi disse con la lingua d'Amore,
io vidi venire verso me una gentile donna, la quale era di famosa
bieltade, e fue già molto donna di questo primo mio amico. E lo
nome di questa donna era Giovanna, salvo che per la sua bieltade,
secondo che altri crede, imposto l'era nome Primavera; e così
era chiamata. E appresso lei, guardando, vidi venire la mirabile
Beatrice. Queste donne andaro presso di me così l'una appresso
l'altra, e parve che Amore mi parlasse nel cuore, e dicesse:
"Quella prima è nominata Primavera solo per questa venuta
d'oggi; ché io mossi lo imponitore del nome a chiamarla così
Primavera, cioì prima verrà lo die che Beatrice si mosterrà
dopo la imaginazione del suo fedele. E se anche vogli considerare
lo primo nome suo, tanto è quanto dire 'prima verrà', però che
lo suo nome Giovanna è da quello Giovanni lo quale precedette la
verace luce, dicendo: Ego vox clamantis in deserto: parate
viam Domini. Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo, queste
parole: "E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice
chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha meco". Onde io
poi ripensando, propuosi di scrivere per rima a lo mio primo
amico, tacendomi certe parole le quali pareano da tacere,
credendo io che ancora lo suo cuore mirasse la bieltade di questa
Primavera gentile; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: Io
mi senti' svegliar.
Io mi senti' svegliar dentro a lo core
un spirito amoroso che dormia:
e poi vidi venir da lungi Amore
allegro sì, che appena il conoscia,
dicendo: "Or pensa pur di farmi onore";
e ciascuna parola sua ridia.
E poco stando meco il mio segnore,
guardando in quella parte onde venia,
io vidi monna Vanna e monna Bice
venir inver lo loco là ov'io era,
l'una appresso de l'altra maraviglia;
e sì come la mente mi ridice,
Amor mi disse: ´Quell'è Primavera,
e quell'ha nome Amor, sì mi somiglia".
Questo sonetto ha molte parti: la prima de le
quali dice come io mi sentii svegliare lo tremore usato nel
cuore, e come parve che Amore m'apparisse allegro nel mio cuore
da lunga parte; la seconda dice come me parea che Amore mi
dicesse nel mio cuore, e quale mi parea; la terza dice come, poi
che questi fue alquanto stato meco cotale, io vidi e udio certe
cose. La seconda parte comincia quivi: dicendo: Or pensa;
la terza quivi: E poco stando. La terza parte si divide
in due: ne la prima dico quello che io vidi; ne la seconda dico
quello che io udio. La seconda comincia quivi: Amor mi disse.
XXV.
Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle onne
dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò che io dico d'Amore come
se fosse una cosa per sì, e non solamente sustanzia intelligente
ma sì come fosse sustanzia corporale: la quale cosa, secondo la
veritate, è falsa; ché Amore non è per sé sì come sustanzia,
ma è uno accidente in sustanzia. E che io dica di lui come se
fosse corpo, ancora sì come se fosse uomo, appare per tre cose
che dico di lui. Dico che lo vidi venire; onde, con ciò sia cosa
che venire dica moto locale, e localmente mobile per sì, secondo
lo Filosofo, sia solamente corpo, appare che io ponga Amore
essere corpo. Dico anche di lui che ridea, e anche che parlava;
le quali cose paiono essere proprie de l'uomo, e spezialmente
essere risibile; e però appare ch'io ponga lui essere uomo. A
cotale cosa dichiarare, secondo che è buono a presente, prima è
da intendere che anticamente non erano dicitori d'amore in lingua
volgare, anzi erano dicitori d'amore certi poete in lingua
latina; tra noi, dico (avvegna forse che tra altra gente
addivenisse e addivegna ancora, sì come in Grecia), non volgari
ma litterati poete queste cose trattavano. E non è molto numero
d'anni passati, che appariro prima questi poete volgari; chè
dire per rima in volgare tanto è quanto dire per versi in
latino, secondo alcuna proporzione. E segno che sia picciolo
tempo, è che, se volemo cercare in lingua d'oco e in
quella di sì, noi non troviamo cose dette anzi lo
presente tempo per cento e cinquanta anni. E la cagione per che
alquanti grossi ebbero fama di sapere dire, è che quasi fuoro li
primi che dissero in lingua di sì. E lo primo che
cominciò a dire sì come poeta volgare, si mosse però che volle
fare intendere le sue parole a donna, a la quale era malagevole
d'intendere li versi latini. E questo è contra coloro che
rimano sopra altra matera che amorosa, con ciò sia cosa che
cotale modo di parlare fosse dal principio trovato per dire
d'amore. Onde, con ciò sia cosa che a li poete sia conceduta
maggiore licenza di parlare che a li prosaici dittatori, e questi
dicitori per rima non siano altro che poete volgari, degno e
ragionevole è che a loro sia maggiore licenzia largita di
parlare che a li altri parlatori volgari; onde, se alcuna figura
o colore rettorico è conceduto a li poete, conceduto è a li
rimatori. Dunque, se noi vedemo che li poete hanno parlato a le
cose inanimate sì come se avessero senso e ragione, e fattele
parlare insieme; e non solamente cose vere, ma cose non vere,
cioè che detto hanno, di cose le quali non sono, che parlano, e
detto che molti accidenti parlano, sì come se fossero sustanzie
ed uomini; degno è lo dicitore per rima di fare lo somigliante,
ma non sanza ragione alcuna, ma con ragione, la quale poi sia
possibile d'aprire per prosa. Che li poete abbiano così parlato
come detto è, appare per Virgilio; lo quale dice che Juno, cioè
una dea nemica de li Troiani, parloe ad Eolo, segnore de li
venti, quivi nel primo de lo Eneida: Eole, namque tibi,
e che questo segnore le rispuose, quivi: Tuus, o regina, quid
optes explorare labor; mihi jussa capessere fas est. Per
questo medesimo poeta parla la cosa che non è animata a le cose
animate, nel terzo de lo Eneida, quivi: Dardanide
duri. Per Lucano parla la cosa animata a la cosa inanimata,
quivi: Multum, Roma, tamen, debes civilibus, armis. Per
Orazio parla l'uomo a la sua scienzia medesima, sì come ad altra
persona; e non solamente sono parole d'Orazio, ma dicele quasi
recitando lo modo del buono Omero, quivi ne la sua Poetria:
Dic mihi, Musa, virum. Per Ovidio parla Amore, sì come se
fosse persona umana, ne lo principio de lo libro c'ha nome Libro
di Remedio d'Amore, quivi: Bella mihi, video, bella
parantur, ait. E per questo puote essere manifesto a chi
dubita in alcuna parte di questo mio libello. E acciò che non ne
pigli alcuna baldanza persona grossa, dico che né li poete
parlavano cosè sanza ragione, né quelli che rimano deono
parlare così, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello
che dicono; però che grande vergogna sarebbe a colui che rimasse
cose sotto vesta di figura o di colore rettorico, e poscia,
domandato, non sapesse denudare le sue parole da cotale vesta, in
guisa che avessero verace intendimento. E questo mio primo amico
e io ne sapemo bene di quelli che così rimano stoltamente.
XXVI.
Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le precedenti
parole, venne in tanta grazia de le genti, che quando passava per
via, le persone correano per vedere lei; onde mirabile letizia me
ne giungea. E quando ella fosse presso d'alcuno, tanta onestade
giungea nel cuore di quello, che non ardia di levare li occhi,
nÈ di rispondere a lo suo saluto; e di questo molti, sì come
esperti, mi potrebbero testimoniare a chi non lo credesse. Ella
coronata e vestita d'umilitade s'andava, nulla gloria mostrando
di ciò ch'ella vedea e udia. Diceano molti, poi che passata era:
"Questa non è femmina, anzi è uno de li bellissimi angeli del
cielo". E altri diceano: "Questa è una maraviglia; che
benedetto sia lo Segnore, che sì mirabilemente sae adoperare!".
Io dico ch'ella si mostrava sì gentile e sì piena di tutti li
piaceri, che quelli che la miravano comprendeano in loro una
dolcezza onesta e soave, tanto che ridicere non lo sapeano; né
alcuno era lo quale potesse mirare lei, che nel principio nol
convenisse sospirare. Queste e più mirabili cose da lei
procedeano virtuosamente: onde io pensando a ciò, volendo
ripigliare lo stilo de la sua loda, propuosi di dicere parole, ne
le quali io dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti
operazioni; acciò che non pur coloro che la poteano
sensibilmente vedere, ma li altri sappiano di lei quello che le
parole ne possono fare intendere. Allora dissi questo sonetto, lo
quale comincia: Tanto gentile.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la può chi non la prova:
e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: "Sospira!"
Questo sonetto è sì piano ad intendere, per
quello che narrato è dinanzi, che non abbisogna d'alcuna
divisione; e però lassando lui, [XXVII] dico che questa mia
donna venne in tanta grazia, che non solamente ella era onorata e
laudata, ma per lei erano onorate e laudate molte. Ond'io,
veggendo ci&0grave; e volendo manifestare a chi ciò non vedea,
propuosi anche di dire parole ne le quali ciò fosse significato:
e dissi allora questo altro sonetto, che comincia: Vede
perfettamente ogne salute, lo quale narra di lei come la sua
vertude adoperava ne l'altre, sì come appare ne la sua
divisione.
Vede perfettamente ogne salute
chi la mia donna tra le donne vede;
quelle che vanno con lei son tenute
di bella grazia a Dio render merzede.
E sua bieltate è di tanta vertute,
che nulla invidia a l'altre ne procede,
anzi le face andar seco vestute
di gentilezza d'amore e di fede.
La vista sua fa ogne cosa umile;
e non fa sola sé parer piacente,
ma ciascuna per lei riceve onore.
Ed è ne li atti suoi tanto gentile,
che nessun la si può recare a mente,
che non sospiri in dolcezza d'amore.
Questo sonetto ha tre parti: ne la prima dico
tra che gente questa donna più mirabile parea; ne la seconda
dico sì come era graziosa la sua compagnia; ne la terza dico di
quelle cose che vertuosamente operava in altrui. La seconda parte
comincia quivi: quelle che vanno; la terza quivi: E
sua bieltate. Questa ultima parte si divide in tre: ne la
prima dico quello che operava ne le donne, cio è per loro
medesime; ne la seconda dico quello che operava in loro per
altrui; ne la terza dico come non solamente ne le donne, ma in
tutte le persone, e non solamente ne la sua presenzia, ma
ricordandosi di lei, mirabilmente operava. La seconda comincia
quivi: La vista sua; e la terza quivi: Ed ; ne li
atti.
XXVII.
[XXVIII] Appresso ciò, cominciai a pensare uno giorno sopra
quello che detto avea de la mia donna, cio è in questi due
sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensero che io non avea
detto di quello che al presente tempo adoperava in me, pareami
defettivamente avere parlato. E però propuosi di dire parole ne
le quali io dicesse come me parea essere disposto a la sua
operazione, e come operava in me la sua vertude; e non credendo
potere ciò narrare in brevitade di sonetto, cominciai allora una
canzone, la quale comincia: Sì lungiamente.
Sì lungiamente m'ha tenuto Amore
e costumato a la sua segnoria,
che sì com'elli m'era forte in pria,
così mi sta soave ora nel core.
Però quando mi tolle sì 'l valore
che li spiriti par che fuggan via,
allor sente la frale anima mia
tanta dolcezza, che 'l viso ne smore,
poi prende Amore in me tanta vertute,
che fa li miei sospiri gir parlando,
ed escon for chiamando
la donna mia, per darmi più salute.
Questo m'avene ovunque ella mi vede,
e sì è cosa umil, che nol si crede.
XXVIII
[XXIX] Quomodo sedet sola civitas plena populo! facta est
quasi vidua domina gentium. Io era nel proponimento ancora
di questa canzone, e compiuta n'avea questa soprascritta stanzia,
quando lo signore de la giustizia chiamoe questa gentilissima a
gloriare sotto la insegna di quella regina benedetta virgo Maria,
lo cui nome fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa
Beatrice beata. E avvegna che forse piacerebbe a presente
trattare alquanto de la sua partita da noi, non è lo mio
intendimento di trattarne qui per tre ragioni: la prima è che
ciò non è del presente proposito, se volemo guardare nel
proemio che precede questo libello; la seconda si è che, posto
che fosse del presente proposito, ancora non sarebbe sufficiente
la mia lingua a trattare, come si converrebbe, di ciò; la terza
si è che, posto che fosse l'uno e l'altro, non è convenevole a
me trattare di ciò, per quello che, trattando, converrebbe
essere me laudatore di me medesimo, la quale cosa è al postutto
biasimevole a chi lo fae: e però lascio cotale trattato ad altro
chiosatore. Tuttavia, però che molte volte lo numero del nove ha
preso luogo tra le parole dinanzi, onde pare che sia non sanza
ragione, e ne la sua partita cotale numero pare che avesse molto
luogo, convenesi di dire quindi alcuna cosa, acciò che pare al
proposito convenirsi. Onde prima dicerò come ebbe luogo ne la
sua partita, e poi n'assegnerò alcuna ragione, per che questo
numero fue a lei cotanto amico.
XXIX.
[XXX] Io dico che, secondo l'usanza d'Arabia, l'anima sua
nobilissima si partio ne la prima ora del nono giorno del mese;
e secondo l'usanza di Siria, ella si partio nel nono mese de
l'anno, però che lo primo mese è ivi Tisirin primo, lo quale a
noi è Ottobre; e secondo l'usanza nostra, ella si partio in
quello anno de la nostra indizione, cioè de li anni Domini, in
cui lo perfetto numero nove volte era compiuto in quello
centinaio nel quale in questo mondo ella fue posta, ed ella fue
de li cristiani del terzodecimo centinaio. Perché questo numero
fosse in tanto amico di lei, questa potrebbe essere una ragione:
con ciò sia cosa che, secondo Tolomeo e secondo la cristiana
veritade, nove siano li cieli che si muovono, e secondo comune
opinione astrologa, li detti cieli adoperino qua giuso secondo la
loro abitudine insieme, questo numero fue amico di lei per dare
ad intendere che ne la sua generazione tutti e nove li mobili
cieli perfettissimamente s'aveano insieme. Questa è una ragione
di ciò; ma più sottilmente pensando, e secondo la infallibile
veritade, questo numero fue ella medesima; per similitudine dico,
e ciò intendo così. Lo numero del tre è la radice del nove,
però che sanza numero altro alcuno, per se medesimo fa nove, sè
come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove. Dunque se lo
tre è fattore per sé medesimo del nove, e lo fattore per sé
medesimo de li miracoli è tre, cioè Padre e Figlio e Spirito
Santo, li quali sono tre e uno, questa donna fue accompagnata da
questo numero del nove a dare ad intendere ch'ella era uno nove,
cioè uno miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è
solamente la mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottile
persona si vederebbe in ciò più sottile ragione; ma questa è
quella ch'io ne veggio, e che più mi piace.
XXX.
[XXXI] Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta la
sopradetta cittade quasi vedova dispogliata da ogni dignitade;
onde io, ancora lagrimando in questa desolata cittade, scrissi a
li principi de la terra alquanto de la sua condizione, pigliando
quello cominciamento di Geremia profeta che dice: Quomodo
sedet sola civitas. E questo dico, acciò che altri non si
maravigli perché io l'abbia allegato di sopra, quasi come
entrata de la nuova materia che appresso vene. E se alcuno
volesse me riprendere di ciò, ch'io non scrivo qui le parole che
seguitano a quelle allegate, escusomene, però che lo
intendimento mio non fue dal principio di scrivere altro che per
volgare: onde, con ciò sia cosa che le parole che seguitano a
quelle che sono allegate siano tutte latine, sarebbe fuori del
mio intendimento se le scrivessi. E simile intenzione so ch'ebbe
questo mio primo amico, a cui io ciò scrivo, cioè ch'io li
scrivessi solamente volgare.
XXXI.
[XXXII] Poi che li miei occhi ebbero per alquanto tempo
lagrimato, e tanto affaticati erano che non poteano disfogare la
mia trestizia, pensai di volere disfogarla con alquante parole
dolorose; e però propuosi di fare una canzone, ne la quale
piangendo ragionassi di lei, per cui tanto dolore era fatto
distruggitore de l'anima mia; e cominciai allora una canzone, la
quale comincia: Li occhi dolenti per pietà del core. E
acciò che questa canzone paia rimanere più vedova dopo lo suo
fine, la dividerò prima che io la scriva: e cotale modo terrò
da qui innanzi. Io dico che questa cattivella canzone ha tre
parti: la prima è proemio; ne la seconda ragiono di lei; ne la
terza parlo a la canzone pietosamente. La seconda parte comincia
quivi: Ita n'è Beatrice; la terza quivi: Pietosa
mia canzone. La prima parte si divide in tre: ne la prima
dico perché io mi muovo a dire; ne la seconda dico a cui io
voglio dire; ne la terza dico di cui io voglio dire. La seconda
comincia quivi: E perché me ricorda; la terza quivi: e
dicerò. Poscia quando dico: Ita n'è Beatrice,
ragiono di lei; e intorno a ciò foe due parti: prima dico la
cagione per che tolta ne fue; appresso dico come altri si piange
de la sua partita, e comincia questa parte quivi: Partissi
de la sua. Questa parte si divide in tre: ne la prima dico
chi non la piange; ne la seconda dico chi la piange; ne la terza
dico de la mia condizione. La seconda comincia quivi: ma ven
trestizia e voglia; la terza quivi: Dannomi angoscia.
Poscia quando dico: Pietosa mia canzone, parlo a questa
canzone, disegnandole a quali donne se ne vada, e steasi con
loro.
Li occhi dolenti per pietà del core
hanno di lagrimar sofferta pena,
sì che per vinti son remasi omai.
Ora, s'i' voglio sfogar lo dolore,
che a poco a poco a la morte mi mena,
convenemi parlar traendo guai.
E perchè me ricorda ch'io parlai
de la mia donna, mentre che vivia,
donne gentili, volontier con vui,
non voi parlare altrui,
se non a cor gentil che in donna sia;
e dicerò di lei piangendo, pui
che si n'è gita in ciel subitamente,
e ha lasciato Amor meco dolente.
Ita n'è Beatrice in l'alto cielo,
nel reame ove li angeli hanno pace,
e sta con loro, e voi, donne, ha lassate:
no la ci tolse qualità di gelo
nÈ di calore, come l'altre face,
ma solo fue sua gran benignitate;
chè luce de la sua umilitate
passò li cieli con tanta vertute,
che fé maravigliar l'etterno sire,
sì che dolce disire
lo giunse di chiamar tanta salute;
e fella di qua giù a sé venire,
perché vedea ch'esta vita noiosa
non era degna di sì gentil cosa.
Partissi de la sua bella persona,
piena di grazia, l'anima gentile,
ed èssi gloriosa in loco degno.
Chi no la piange, quando ne ragiona,
core ha di pietra sì malvagio e vile,
ch'entrar no 'i puote spirito benegno.
Non è di cor villan sì alto ingegno,
che possa imaginar di lei alquanto,
e però no li ven di pianger doglia;
ma ven trestizia e voglia
di sospirare e di morir di pianto,
e d'onne consolar l'anima spoglia,
chi vede nel pensero alcuna volta
quale ella fue, e com'ella n'è tolta.
Dannomi angoscia li sospiri forte,
quando 'l pensero ne la mente grave
mi reca quella che m'ha 'l cor diviso;
e spesse fiate pensando a la morte,
venemene un disio tanto soave,
che mi tramuta lo color nel viso.
E quando 'l maginar mi ven ben fiso,
giugnemi tanta pena d'ogne parte,
ch'io mi riscuoto per dolor ch'i' sento;
e sì fatto divento,
che da le genti vergogna mi parte.
Poscia piangendo, sol nel mio lamento
chiamo Beatrice, e dico: - Or se' tu morta? -;
e mentre ch'io la chiamo, me conforta.
Pianger di doglia e sospirar d'angoscia
mi strugge 'l core ovunque sol mi trovo,
sì che ne 'ncrescerebbe a chi m'audesse:
e quale è stata la mia vita, poscia
che la mia donna and nel secol novo,
lingua non è che dicer lo sapesse.
E per`, donne mie, pur ch'io volesse,
non vi saprei io dir ben quel ch'io sono,
sì mi fa travagliar l'acerba vita;
la quale è sì 'nvilita,
che ogn'om par che mi dica: - Io t'abbandono -,
veggendo la mia labbia tramortita.
Ma qual ch'io sia, la mia donna il si vede,
ed io ne spero ancor da lei merzede.
Pietosa mia canzone, or va piangendo,
e ritruova le donne e le donzelle,
a cui le tue sorelle
erano usate di portar letizia;
e tu, che se' figliuola di trestizia,
vatten disconsolata a star con elle.
XXXII.
[XXXIII] Poi che detta fue questa canzone, sì venne a me uno, lo
quale, secondo li gradi de l'amistade, è amico a me
immediatamente dopo lo primo; e questi fue tanto distretto di
sanguinitade con questa gloriosa, che nullo più presso l'era. E
poi che fue meco a ragionare, mi pregoe ch'io li dovesse dire
alcuna cosa per una donna che s'era morta; e simulava sue parole,
acciÚ che paresse che dicesse d'un'altra, la quale morta era
certamente. Onde io accorgendomi che questi dicea solamente per
questa benedetta, sì li dissi di fare ciò che mi domandava lo
suo prego. Onde poi pensando a ciò, propuosi di fare uno sonetto
nel quale mi lamentasse alquanto, e di darlo a questo mio amico,
acciò che paresse che per lui l'avessi fatto; e dissi allora
questo sonetto, che comincia: Venite a 'ntender li sospiri
miei. Lo quale ha due parti: ne la prima, chiamo li fedeli
d'Amore che m' intendano; ne la seconda, narro de la mia misera
condizione. La seconda comincia quivi: li quai disconsolati.
Venite a 'ntender li sospiri miei,
oi cor gentili, ché pietà 'l disia:
li quai disconsolati vanno via,
e s'e' non fosser, di dolor morrei;
però che gli occhi mi sarebber rei,
molte fiate più ch'io non vorria,
lasso! di pianger sì la donna mia,
che sfogasser lo cor, piangendo lei.
Voi udirete lor chiamar sovente
la mia donna gentil, che si n'è gita
al secol degno de la sua vertute;
e dispregiar talora questa vita
in persona de l'anima dolente
abbandonata de la sua salute.
XXXIII.
[XXXIV] Poi che detto ei questo sonetto, pensandomi chi questi
era a cui lo intendea dare quasi come per lui fatto, vidi che
povero mi parea lo servigio e nudo a cosè distretta persona di
questa gloriosa. E perè anzi ch'io li dessi questo soprascritto
sonetto, sì dissi due stanzie d'una canzone, l'una per costui
veracemente, e l'altra per me, avvegna che paia l'una e l'altra
per una persona detta, a chi non guarda sottilmente; ma chi
sottilmente le mira, vede bene che diverse persone parlano,
acciò che l'una non chiama sua donna costei, e l'altra sì, come
appare manifestamente. Questa canzone e questo soprascritto
sonetto li diedi, dicendo io lui che per lui solo fatto l'avea.
La canzone comincia: Quantunque volte, e ha due parti:
ne l'una, cioè ne la prima stanzia, si lamenta questo mio caro e
distretto a lei; ne la seconda mi lamento io, cioè ne l'altra
stanzia si comincia: E' si raccoglie ne li miei. E così
appare che in questa canzone si lamentano due persone, l'una de
le quali si lamenta come frate, l'altra come servo.
Quantunque volte, lasso! , mi rimembra
ch'io non debbo giammai
veder la donna ond'io vo sì dolente,
tanto dolore intorno 'l cor m'assembra
la dolorosa mente,
ch'io dico: - Anima mia, ché non ten vai?
ché li tormenti che tu porterai
nel secol, che t'è giù tanto noio,
mi fan pensoso di paura forte -.
Ond'io chiamo la Morte,
come soave e dolce mio riposo;
e dico: - Vieni a me - con tanto amore,
che sono astioso di chiunque more.
E si raccoglie ne li miei sospiri
un sono di pietate,
che va chiamando Morte tuttavia:
a lei si volser tutti i miei disiri,
quando la donna mia
fu giunta da la sua crudelitate;
perché 'l piacere de la sua bieltate,
partendo sé da la nostra veduta,
divenne spirital bellezza grande,
che per lo cielo spande
luce d'amor, che li angeli saluta
e lo intelletto loro alto, sottile
face maravigliar, sì v'è gentile.
XXXIV.
[XXXV] In quello giorno nel quale si compiea l'anno che questa
donna era fatta de li cittadini di vita eterna, io mi sedea in
parte ne la quale, ricordandomi di lei, disegnava uno angelo
sopra certe tavolette; e mentre io lo disegnava, volsi li occhi,
e vidi lungo me uomini a li quali si convenia di fare onore. E
riguardavano quello che io facea; e secondo che me fu detto poi,
elli erano stati già alquanto anzi che io me ne accorgesse.
Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: "Altri era
testé meco, però pensava". Onde partiti costoro, ritornaimi a
la mia opera, cioè del disegnare figure d'angeli: e facendo
ciò, mi venne uno pensero di dire parole, quasi per annovale, e
scrivere a costoro li quali erano venuti a me; e dissi allora
questo sonetto, lo quale comincia: Era venuta. Lo quale
ha due cominciamenti, e però lo dividerò secondo l'uno e
secondo l'altro. Dico che secondo lo primo, questo sonetto ha tre
parti: ne la prima, dico che questa donna era già ne la mia
memoria; ne la seconda, dico quello che Amore però mi facea; ne
la terza, dico de gli effetti d'Amore. La seconda comincia quivi:
Amor che; la terza quivi: Piangendo uscivan for.
Questa parte si divide in due: ne l'una dico che tutti li miei
sospiri uscivano parlando; ne la seconda dico che alquanti
diceano certe parole diverse da gli altri. La seconda comincia
quivi: Ma quei. Per questo medesimo modo si divide
secondo l'altro cominciamento, salvo che ne la prima parte dico
quando questa donna era cosí venuta ne la mia memoria, e ciò
non dico ne l'altro.
Primo cominciamento
Era venuta ne la mente mia
la gentil donna che per suo valore
fu posta da l'altissimo Signore
nel ciel de l'umiltate, ov'è Maria.
Secondo cominciamento
Era venuta ne la mente mia
quella donna gentil cui piange Amore.
Entro 'n quel punto che lo suo valore
vi trasse a riguardar quel ch'eo facia.
Amor che ne la mente la sentia,
s'era svegliato nel destrutto core,
e diceva a' sospiri: "Andate fore";
per che ciascun dolente si partia.
Piangendo uscivan for de lo mio petto
con una voce che sovente mena
le lagrime dogliose a li occhi tristi.
Ma quei che n'uscian for con maggior pena,
venian dicendo: "Oi nobile intelletto,
oggi fa l'anno che nel ciel salisti".
XXXV.
[XXXVI] Poi per alquanto tempo, con ciò fosse cosa che io fosse
in parte ne la quale mi ricordava del passato tempo, molto stava
pensoso, e con dolorosi pensamenti tanto che mi faceano parere de
fore una vista di terribile sbigottimento. Onde io, accorgendomi
del mio travagliare, levai li occhi per vedere se altri mi
vedesse. Allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la
quale da una finestra mi riguardava sì pietosamente, quanto a la
vista, che tutta la pietà parea in lei accolta. Onde, con ciò
sia cosa che quando li miseri veggiono di loro compassione
altrui, più tosto si muovono a lagrimare, quasi come di se
stessi avendo pietade, io senti' allora cominciare li miei occhi
a volere piangere; e però, temendo di non mostrare la mia vile
vita, mi partio dinanzi da li occhi di questa gentile; e dicea
poi fra me medesimo: "E' non puote essere che con quella pietosa
donna non sia nobilissimo amore". E però propuosi di dire uno
sonetto, ne lo quale io parlasse a lei, e conchiudesse in esso
tutto ciò che narrato è in questa ragione. E però che per
questa ragione è assai manifesto, sì nollo dividerò. Lo
sonetto comincia: Videro li occhi miei.
Videro li occhi miei quanta pietate
era apparita in la vostra figura,
quando guardaste li atti e la statura
ch'io faccio per dolor molte fiate.
Allor m'accorsi che voi pensavate
la qualità de la mia vita oscura,
sì che mi giunse ne lo cor paura
di dimostrar con li occhi mia viltate.
E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
che si movean le lagrime dal core,
ch'era sommosso da la vostra vista.
Io dicea poscia ne l'anima trista:
"Ben è con quella donna quello Amore
lo qual mi face andar così piangendo".
XXXVI.
[XXXVII] Avvenne poi che là ovunque questa donna mi vedea, sì
si facea d'una vista pietosa e d'un colore palido quasi come
d'amore; onde molte fiate mi ricordava de la mia nobilissima
donna, che di simile colore si mostrava tuttavia. E certo molte
volte non potendo lagrimare né disfogare la mia trestizia, io
andava per vedere questa pietosa donna, la quale parea che
tirasse le lagrime fuori de li miei occhi per la sua vista. E
però mi venne volontade di dire anche parole, parlando a lei; e
dissi questo sonetto, lo quale comincia: Color d'amore;
ed è piano sanza dividerlo, per la sua precedente ragione.
Color d'amore e di pietà sembianti
non preser mai così mirabilmente
viso di donna, per veder sovente
occhi gentili o dolorosi pianti,
come lo vostro, qualora davanti
vedËtevi la mia labbia dolente;
sì che per voi mi ven cosa a la mente,
ch'io temo forte no lo cor si schianti.
Eo non posso tener li occhi distrutti
che non reguardin voi spesse fiate,
per desiderio di pianger ch'elli hanno:
e voi crescete sì lor volontate,
che de la voglia si consuman tutti;
ma lagrimar dinanzi a voi non sanno.
XXXVII.
[XXXVIII] Io venni a tanto per la vista di questa donna, che li
miei occhi si cominciaro a dilettare troppo di vederla; onde
molte volte me ne crucciava nel mio cuore, ed aveamene per vile
assai. Onde più volte bestemmiava la vanitade de li occhi miei,
e dicea loro nel mio pensero: "Or voi solavate fare piangere chi
vedea la vostra dolorosa condizione, ed ora pare che vogliate
dimenticarlo per questa donna che vi mira; che non mira voi, se
non in quanto le pesa de la gloriosa donna di cui piangere
solete; ma quanto potete fate, ché io la vi pur rimembrerò
molto spesso, maladetti occhi, ché mai, se non dopo la morte,
non dovrebbero le vostre lagrime avere restate". E quando così
avea detto fra me medesimo a li miei occhi, e li sospiri
m'assalivano grandissimi e angosciosi. E acciò che questa
battaglia che io avea meco non rimanesse saputa pur dal misero
che la sentia, propuosi di fare un sonetto, e di comprendere in
ello questa orribile condizione. E dissi questo sonetto, lo quale
comincia: L'amaro lagrimar. Ed hae due parti: ne la
prima, parlo a li occhi miei sì come parlava lo mio cuore in me
medesimo; ne la seconda, rimuovo alcuna dubitazione, manifestando
chi è che così parla; e comincia questa parte quivi: Così
dice. Potrebbe bene ancora ricevere più divisioni, ma
sariano indarno, però che è manifesto per la precedente
ragione.
"L'amaro lagrimar che voi faceste,
oi occhi miei, così lunga stagione,
facea lagrimar l'altre persone
de la pietate, come voi vedeste.
Ora mi par che voi l'obliereste,
s'io fosse dal mio lato sì fellone
ch'i' non ven disturbasse ogne cagione,
membrandovi colei cui voi piangeste.
La vostra vanità mi fa pensare,
e spaventami sì, ch'io temo forte
del viso d'una donna che vi mira.
Voi non dovreste mai, se non per morte,
la vostra donna, ch'è morta, obliare".
CosÏ dice 'l meo core, e poi sospira.
XXXVIII.
[XXXIX] Ricovrai la vista di quella donna in sì nuova
condizione, che molte volte ne pensava sì come di persona che
troppo mi piacesse; e pensava di lei così: "Questa è una donna
gentile, bella, giovane e savia, e apparita forse per volontade
d'Amore, acciò che la mia vita si riposi". E molte volte
pensava più amorosamente, tanto che lo cuore consentiva in lui,
cioè nel suo ragionare. E quando io avea consentito ciò, e io
mi ripensava sì come da la ragione mosso, e dicea fra me
medesimo: "Deo, che pensero è questo, che in così vile modo
vuole consolare me e non mi lascia quasi altro pensare?". Poi si
rilevava un altro pensero, e dicea a me: ´Or tu se' stato in
tanta tribulazione, perché non vuoli tu ritrarre te da tanta
amaritudine? Tu vedi che questo è uno spiramento d'Amore, che ne
reca li disiri d'amore dinanzi, ed è mosso da così gentil
parte, com'è quella de li occhi de la donna che tanto pietosa ci
s'hae mostrata". Onde io avendo così più volte combattuto in
me medesimo, ancora ne volli dire alquante parole; e però che la
battaglia de' pensieri vinceano coloro che per lei parlavano, mi
parve che si convenisse di parlare a lei; e dissi questo sonetto,
lo quale comincia: Gentil pensero; e dico 'gentile' in
quanto ragionava di gentile donna, ché per altro era vilissimo.
In questo sonetto fo due parti di me, secondo
che li miei pensieri erano divisi. L'una parte chiamo 'cuore',
cioè l'appetito; l'altra chiamo anima, cioè la ragione; e dico
come l'uno dice con l'altro. E che degno sia di chiamare
l'appetito cuore, e la ragione anima, assai è manifesto a coloro
a cui mi piace che ciò sia aperto. Vero è che nel precedente
sonetto io fo la parte del cuore contra quella de li occhi, e
ciò pare contrario di quello che io dico nel presente; e però
dico che ivi lo cuore anche intendo per lo appetito, però che
maggiore desiderio era lo mio ancora di ricordarmi de la
gentilissima donna mia, che di vedere costei, avvegna che alcuno
appetito n'avessi giè, ma leggero parea: onde appare che l'uno
detto non è contrario a l'altro.
Questo sonetto ha tre parti: ne la prima,
comincio a dire a questa donna come lo mio desiderio si volge
tutto verso lei; ne la seconda, dico come l'anima, cioè la
ragione, dice al cuore, cioè a lo appetito; ne la terza dico
come le risponde. La seconda parte comincia quivi: L'anima
dice; la terza quivi: Ei le risponde.
Gentil pensero che parla di vui,
sen vene a dimorar meco sovente,
e ragiona d'amor sì dolcemente,
che face consentir lo core in lui.
L'anima dice al cor: "Chi è costui,
che vene a consolar la nostra mente
ed è la sua vertù tanto possente,
ch'altro penser non lascia star con nui?"
Ei le risponde: "Oi anima pensosa,
questi è uno spiritel novo d'amore,
che reca innanzi me li suoi desiri;
e la sua vita, e tutto 'l suo valore,
mosse de li occhi di quella pietosa
che si turbava de' nostri martiri".
XXXIX
.[XL] Contra questo
avversario de la ragione si levoe un die, quasi ne l'ora de la
nona, una forte imaginazione in me; che mi parve vedere questa
gloriosa Beatrice con quelle vestimenta sanguigne co le quali
apparve prima a li occhi miei; e pareami giovane in simile etade
in quale io prima la vidi. Allora cominciai a pensare di lei. E
ricordandomi di lei secondo l'ordine del tempo passato, lo mio
cuore cominciò dolorosamente a pentere de lo desiderio a cui
sÏ vilmente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la
costanzia de la ragione; e discacciato questo cotale malvagio
desiderio, sì si rivolsero tutti li miei pensamenti a la loro
gentilissima Beatrice. E dico che d'allora innanzi cominciai a
pensare di lei sì con tutto lo vergognoso cuore, che li sospiri
manifestavano ciò molte volte; però che tutti quasi diceano nel
loro uscire quello che nel cuore si ragionava, cioè lo nome di
quella gentilissima, e come si partio da noi. E molte volte
avvenia che tanto dolore avea in sé alcuno pensero, ch'io
dimenticava lui e là dov'io era. Per questo raccendimento de'
sospiri si raccese lo sollenato lagrimare, in guisa che li miei
occhi pareano due cose che desiderassero pur di piangere; e
spesso avvenia che per lo lungo continuare del pianto, dintorno
loro si facea uno colore purpureo, lo quale suole apparire per
alcuno martirio che altri riceva. Onde appare che de la loro
vanitade fuoro degnamente guiderdonati; sì che d'allora innanzi
non potero mirare persona che li guardasse sì che loro potesse
trarre a simile intendimento. Onde io, volendo che cotale
desiderio malvagio e vana tentazione paresse distrutto, sì che
alcuno dubbio non potessero inducere le rimate parole ch'io avea
dette innanzi, propuosi di fare uno sonetto, ne lo quale io
comprendesse la sentenza di questa ragione. E dissi allora: Questo sonetto non divido, però che assai lo
manifesta la sua ragione.
XL. [XLI]
Dopo questa tribulazione avvenne, in quello tempo che molta gente
va per vedere quella imagine benedetta la quale Jesu Cristo
lasciò a noi per esemplo de la sua bellissima figura, la quale
vede la mia donna gloriosamente, che alquanti peregrini passavano
per una via la quale è quasi mezzo de la cittade ove nacque e
vivette e morìo la gentilissima donna. Li quali peregrini
andavano, secondo che mi parve, molto pensosi; ond'io pensando a
loro, dissi fra me medesimo: "Questi peregrini mi paiono di
lontana parte, e non credo che anche udissero parlare di questa
donna, e non ne sanno neente; anzi li loro penseri sono d'altre
cose che di queste qui, ché forse pensano de li loro amici
lontani, li quali noi non conoscemo". Poi dicea fra me medesimo:
´Io so che s'elli fossero di propinquo paese, in alcuna vista
parrebbero turbati passando per lo mezzo de la dolorosa
cittade". Poi dicea fra me medesimo: "Se io li potesse tenere
alquanto, io li pur farei piangere anzi ch'elli uscissero di
questa cittade, però che io direi parole le quali farebbero
piangere chiunque le intendesse". Onde, passati costoro da la
mia veduta, propuosi di fare uno sonetto ne lo quale io
manifestasse ciò che io avea detto fra me medesimo; e acciò che
più paresse pietoso, propuosi di dire come se io avesse parlato
a loro; e dissi questo sonetto, lo quale comincia: Deh!
peregrini che pensosi andate. E dissi 'peregrini' secondo la
larga significazione del vocabulo; ché peregrini si possono
intendere in due modi, in uno largo e in uno stretto: in largo,
in quanto è peregrino chiunque è fuori de la sua patria; in
modo stretto, non s'intende peregrino se non chi va verso la casa
di sa' Iacopo o riede. E però è da sapere che in tre modi si
chiamano propriamente le genti che vanno al servigio de
l'Altissimo: chiamansi palmieri, in quanto vanno
oltremare, là onde molte volte recano la palma; chiamansi peregrini,
in quanto vanno a la casa di Galizia, però che la sepultura di
sa' Iacopo fue più lontana de la sua patria che d'alcuno altro
apostolo; chiamansi romei, in quanto vanno a Roma, là
ove questi cu' io chiamo peregrini andavano.
Questo sonetto non divido, però che assai lo
manifesta la sua ragione.
XLI.
[XLII] Poi mandaro due donne gentili a me, pregando che io
mandasse loro di queste mie parole rimate; onde io, pensando la
loro nobilitade, propuosi di mandare loro e di fare una cosa
nuova, la quale io mandasse a loro con esse, acciò che più
onorevolemente adempiesse li loro prieghi. E dissi allora uno
sonetto lo quale narra del mio stato, e manda'lo a loro co lo
precedente sonetto accompagnato, e con un altro che comincia: Venite
a intender.
XLII.
[XLIII] Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile
visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non
dire più di questa benedetta, infino a tanto che io potesse più
degnamente trattare di lei. E di venire a ciò io studio quanto
posso, sì com'ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di
colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per
alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue
detto d'alcuna. E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia,
che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua
donna: cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente
mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula
benedictus.